
Manuela Nicolosi, arbitro internazionale di calcio: "Sei pronto a realizzare i tuoi sogni o ti fai bloccare dalle tue paure?"
Giuliana Valerio
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Siamo pronti a metterci in gioco per realizzare il nostro sogno e ottenere la cosa migliore che può succederci o vogliamo rimanere bloccati per colpa delle nostre paure e delle paure degli altri?
E’ questa la domanda che Manuela Nicolosi, arbitro internazionale di calcio, ha posto al pubblico raccolto a Piazzola sul Brenta per l’evento TedX che si svolto lo scorso 14 settembre. Una domanda che lei per prima si era posta da ragazzina e alla quale ha risposto senza esitazione, lottando ogni giorno per realizzare i suoi obiettivi, arrivando, prima donna italiana ad arbitrare la finale della Coppa del Mondo femminile e nel 2019 la Supercoppa maschile: Liverpool contro Chelsea.
Il tuo sogno era entrare nel mondo del calcio, se non per giocare, almeno per arbitrare, dal momento che, essendo una femmina, nessuno ti faceva entrare in campo per calciare il pallone.
In famiglia erano tutti appassionati di calcio, e io volevo giocare a calcio. Ma non era uno sport da femmina secondo i miei genitori. Non ho neppure potuto provare a giocare, mi levavano il pallone. Così, quando ho compiuto 15 anni e hanno aperto la possibilità alle donne di diventare arbitro, mi sono subito iscritta al corso. Era il 1995, e con me c’era solo un’altra ragazza. Dopo tre mesi ho arbitrato la prima partita. Mi fecero male gli insulti dei genitori di ragazzini che avevano 13 anni, solo due meno di me. Mi sono chiesta se dovevo smettere o se impegnarmi per dimostrare che ce la potevo fare, che come donna potevo fare lo stesso lavoro di un uomo e anche arrivare più in alto. Così arrivai ad essere la prima donna ad arbitrare l’Eccellenza nel Lazio. Ma poi si sono alzati i primi muri e mi hanno fatto capire che il campionato nazionale, la serie D, non lo avrei mai potuto arbitrare, che il contentino lo avevo avuto e dovevo fermarmi. Allora, dopo la laurea in Economia aziendale in Italia, mi sono trasferita in Francia, senza sapere una parola di francese. Ho conseguito una seconda laurea in Economia internazionale e ho iniziato a lavorare. Poi ho preso un Master in Finance & Controlling alla London Business School con l’Università di Bologna.
E non hai abbandonato il tuo sogno…
Certo che no. Proprio in Francia ho continuato il mio percorso per arrivare a diventare arbitro nelle serie maggiori. Anche in quei campi mi insultavano e mi prendevano in giro, ma questo mi ha solo stimolato la voglia di emergere. Eravamo quattro donne su 500 arbitri nella zona di Parigi e in tutta la mia carriera ero sempre l’unica donna o quasi: quando sono diventata arbitro professionista eravamo due donne tra 180 uomini. In dieci anni, sono arrivata ad essere la prima donna italiana ad aver arbitrato una finale di Coppa del Mondo Femminile, una finale maschile Europea.
Sei stata nominata miglior arbitro della Serie A femminile nel 2010 e nello stesso anno sei diventata arbitro internazionale FIFA. In dieci anni, la FIFA ti ha selezionata per tre Coppe del Mondo femminili e due Olimpiadi, e la UEFA per due Europei femminili. Come hai detto, sei stata la prima donna italiana ad arbitrare la finale della Coppa del Mondo femminile e nel 2019 la Supercoppa maschile: Liverpool contro Chelsea.
Quello è stato un momento incredibile. Quel giorno la cosa più importante della partita sembrava essere il fatto che ci fossero tre donne ad arbitrarla. Avevamo gli occhi addosso, i giornali avevano scritto che non ce l’avremmo fatta. Di solito quando si esce sul campo per il riscaldamento tutti fischiano l’arbitro. e invece al nostro ingresso lo stadio intero si è messo ad applaudire. È stato bellissimo. Certo, sai che poi durante la partita ti beccherai i fischi e gli insulti, anche se leggermente diversi da quelli indirizzati agli arbitri maschi, come avviene sempre, ma ero comunque arrivata lì. Anche i giocatori si sono comportati normalmente.
Insomma, sono i nostri superiori ad avere paura a metterci in quel ruolo, perché quando poi siamo in campo giocatori, allenatori e pubblico, vedono solo un arbitro, e ti riconoscono come tale. I selezionatori mi dicevano: ‘Oggi hai arbitrato bene, ma se ti promuovo non so se riesci a stare dietro ai giocatori della categoria superiore’. Mi giudicavano a priori, secondo pregiudizi, non per le partite che avevo fatto, come si fa normalmente con gli altri colleghi maschi. E se glielo facevo notare, mi dicevano che in effetti era così.
Talvolta poi erano le stesse colleghe donne ad autoeliminarsi: si sfilavano quando bisognava affrontare le trasferte o si chiedeva loro di essere più disponibili, di allenarsi di più. Per me, invece, era l’ennesima sfida. Così mi presentavo e passavo i test e sono arrivata al top. Pur non essendo francese mi hanno chiamata a rappresentare la Francia in tre Coppe del Mondo, due Olimpiadi, due Europei. La cosa triste è che ho cercato di tornare ad arbitrare in Italia, ma non è mai stato possibile.

(La foto centrale è di Davide Brocca - TEDx Piazzola Sul Brenta)
Oggi sei Riconosciuta tra le 50 donne italiane più potenti da Fortune Italia e LinkedIn Top Voice e dal 2024 sei la prima talent arbitrale donna a commentare in TV le decisioni arbitrali della Serie A maschile su DAZN.
Non sono ‘più speciale’ degli altri, sono una persona normale che aveva un sogno. Sono convinta che ognuno di noi può realizzare il suo sogno, basta avere la giusta forza di motivazione e la costanza per arrivarci. Quando la strada si fa difficile la maggior parte di noi rinuncia, invece è proprio in quel momento che bisogna insistere e continuare. È dopo quel muro che c’è il nostro sogno.
La realizzazione del proprio sogno è il focus del tuo lavoro da formatrice
Oggi lavoro per ispirare più persone possibili a realizzare i loro sogni, partecipando ad eventi e facendo formazione in aziende soprattutto con l’obiettivo di spingere le donne ad avere più fiducia in loro stesse, aumentare la loro leadership e modificare la loro comunicazione.
Esiste dunque una comunicazione di genere?
Certamente. Noi donne comunichiamo in modo diverso rispetto agli uomini. È inutile continuare a dire che non ci capiscono o rinunciare a capire loro. Quante volte ci siamo sentite dire ‘ho fatto solo una battuta, sei tu che non capisci che è solo una battuta’? Avete notato che tra maschi più si vogliono bene più si prendono a parolacce quando si incontrano? Si fanno scherzi, battute? Noi donne non lo faremmo mai! Siamo fatte in maniera diversa e comunichiamo in modo diverso, ecco perché le persone dell’altro sesso non ci capiscono e viceversa. All’inizio nel mio lavoro da arbitro ho avuto molte difficoltà perché dicevano che avevo rubato il posto a un uomo e che pretendevo di essere chissà chi. La prendevo sul presonale, mi arrabbiavo e la mia modalità di comunicazione non portava da nessuna parte, non era efficace. Così ho cambiato registro: non ti sto rubando il posto, non sto sfidando te, io sto sfidando me stessa, per dimostrare a me stessa che posso arrivare più in alto possibile, ho la tua stessa passione per il calcio, la tua stessa motivazione, quindi condividiamola, lavoriamo insieme per raggiungere gli stessi obiettivi. Una volta che ci poniamo allo stesso livello e utilizziamo lo stesso registro, tutto cambia.
Questo accade anche quando devo comunicare in campo con i giocatori. Quando ho iniziato, ma anche in seguito, non esistevano esempi di arbitri donna cui potevo ispirarmi e quindi ho preso a modello Collina, l’arbitro italiano più famoso: comunicava con lo sguardo, con gli occhi, i giocatori ne avevano paura. Però quando ho provato a farlo anche io mi sono sentita chiedere se ero isterica, o avevo dei problemi. Dobbiamo essere consapevoli che lo stesso tipo di atteggiamento proposto da un uomo indica cose diverse, in questo caso autorità, carattere, mentre una donna sembra isterica, fastidiosa perché troppo sicura di sé. Certo, dobbiamo sicuramente lavorare sulla società, sul mondo che ci circonda. Ma è una cosa lunga: prima lavoriamo su noi stesse e cerchiamo di formare dei nuovi modelli, che ancora non abbiamo o sono troppo pochi.
Essere una donna bella nel mondo del calcio è un vantaggio o uno svantaggio?
Paradossalmente è uno svantaggio. Molte volte mi hanno chiesto di mascolinizzarmi, di nascondere la mia femminilità per fare carriera. La maggior parte delle colleghe lo hanno fatto. Non sto giudicando: quando vuoi arrivare ad ottenere qualcosa e ti chiedono di fare qualcosa spesso lo fai. Ma io non mi sarei sentita me stessa e non volevo rinunciare alla mia femminilità per fare carriera. Sono una donna e mi piace esserlo. Così per me è stato ancora più difficile. Non potevo essere donna, magari bella, e più brava a fare qualcosa che prima faceva un uomo. Inconcepibile. Ci ho messo più tempo ma ci sono riuscita, a modo mio.
Come facciamo a identificare il nostro sogno? Come rischiare che non sia invece quello degli altri, dei nostri genitori, del nostro partner…
Se non abbiamo un'idea chiara del nostro sogno non ci possiamo arrivare. Non può essere vago, come “avere una vita bellissima…” Dobbiamo definire esattamente cosa vogliamo. E deve essere esclusivamente nostro.
Per questo propongo sempre delle domande, che ho pensato proprio per aiutare le persone a identificare il proprio sogno.
• Cosa mi rende unica/o?
• Facendo cosa mi sento più ispirata/o?
• In cosa sono davvero brava/o?
• Quali sono i miei valori e quanto collidono o accompagnano il mio sogno?
• Se non ci fosse l’opzione del fallimento, cosa avrei voglia di realizzare?
• E se ci arrivassi, qual è la cosa peggiore che può succedermi? Se succede, è veramente un disastro, è insormontabile?
• E, al contrario, qual è la cosa migliore che può succedermi se mi metto in gioco? Sono pronta/o a mettermi in gioco per realizzare e ottenere la cosa migliore che può succedermi?
Insomma, bisogna cercare di capire se quando fai quello che pensi possa portarti a raggiungere il tuo sogno ti senti bene, motivato, ispirato, felice, ti dà energia. Io, per esempio, quando entro in campo sento i brividi, la pelle d’oca. Ma bisogna anche identificare quello in cui sei brava o bravo, con realismo.
E una volta capito qual è il nostro sogno bisogna essere costanti nel perseguirlo, soprattutto quando tutto sembra impossibile e tutto sembra contro di te. Vogliamo farci condizionare dalle nostre paure o, peggio, dalle paure degli altri? Dobbiamo essere convinti che il nostro sogno è più grande delle paure nostre e di quelle degli altri: se ti dicono che è impossibile e per te non lo è, tantopiù devi lottare per realizzarlo.
foto di Davide Brocca - TEDx Piazzola Sul Brenta.
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