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Alessandro Gomiero conclude il Tor des Géants in 145 ore

27 Settembre 2024 - 09:37

 

 

Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

Alessandro Gomiero, portacolori del Vicenza Marathon, ce l’ha fatta. In 145 ore, ha concluso la 15ª edizione del TOR330 – Tor des Géants, l’endurance trail più duro al mondo che si corre sulle Alte Vie della Valle d’Aosta e che rappresenta storicamente la gara più partecipata del TORX with Kailas. Una gara massacrante di 330 chilometri caratterizzati da un dislivello positivo di 24 mila metri. La competizione, che si è svolta dall’8 al 14 settembre, coinvolge l’intero territorio della Valle d’Aosta attraverso il Parco nazionale del Gran Paradiso e il Parco regionale del Mont Avic. Lungo il percorso non sono imposte tappe forzate, ma vince chi impiega meno tempo gestendo in autonomia riposi e fermate.
L’atleta di Gazzo Padovano, che non è nuovo a questo tipo di imprese estreme, si racconta a Che Sport, emozionato e con le lacrime agli occhi, per essere riuscito a concludere l’edizione più dura di sempre. Infatti sono stati ben 550 i partecipanti ritirati, a fronte di 1.080 alla partenza. Una prova molto dura che l’ultramaratoneta “green” è riuscito a portare a casa con grande determinazione fisica e mentale.

Alessandro che esperienza è stata la TOR330ih?

Sono arrivato due giorni prima a Courmayer, dormendo due notti in auto in attesa della partenza. Erano troppe le spese da affrontare per il TOR, così ho dovuto “chiudere i rubinetti”, limitare le uscite e dormire nella mia autovettura. Sono partito l’8 settembre alle 10 con entrambe le caviglie infiammate a causa del troppo allenamento. Ho deciso di partire comunque, con la pioggia sempre più copiosa che è durata ininterrottamente per 30 ore. Mi attendevano 330 km con 24000 di dislivello. Si è trattata di una sfida di resistenza, poiché le tappe erano lunghe e impegnative, attraverso terreni alpini e decine di passi tecnici. Con la pioggia, le discese sul granito di notte da 3000 metri diventavano pericolose. Tra monti e vallate imponenti, il secondo giorno, c’erano atleti che dormivano ovunque, lungo i sentieri, io compreso.
I primi 150 chilometri li ho conclusi bene, nonostante qualche acciacco fisico. Il terzo e quarto giorno è ritornato il sole, ma era il sereno prima della tempesta. Ci siamo ritrovati in pieno inverno a 3000 metri.

La seconda parte della gara come è stata?

La seconda parte della gara è diventata molto tecnica, con il freddo più pungente di notte, e un ginocchio che non mi permetteva più di camminare. Ho impiegato 12 ore per chiudere 10 chilometri. Con la forza della disperazione, mi sono immerso in un torrente gelido a 2000 metri di quota immaginando che il freddo potesse, in qualche modo, anestetizzare il dolore. Per qualche ora il tentativo ha funzionato, ho ripreso a correre ma ho gettato via una giornata. I ritiri iniziavano a centinaia, a causa della fatica e del maltempo. E’ arrivata la neve, le nottate scendevano abbondantemente sotto lo zero, i dolori alle caviglie e alle ginocchia diventavano sempre più lancinanti. Non ho tuttavia mai pensato al ritiro e ho continuato. Sono arrivati gli ultimi 40 chilometri con il Col de Malatrà (3000 metri, ndr) da superare. Ho iniziato ad affrontarlo in preda a continue allucinazioni che per tre ore non mi hanno mollato. Il vento e la neve sono diventati così insidiosi e forti da farmi cadere le gambe. Non riuscivo a rialzarmi. Mi sono trascinato alla porta del rifugio Frassati e ho dormito un’ora. Mi hanno svegliato dicendomi che la gara è stata sospesa per il maltempo. Dopo qualche ora, verso l’alba hanno deciso che si poteva continuare. Ho concluso la mia gara in 145 ore. Sono arrivato con le lacrime di emozione per aver portato a termine una gara considerata, fino a poche settimane prima, un vero e proprio sogno. Mai avrei immaginato di poter diventare finisher al TOR. Speravo di chiuderlo con un tempo migliore, ma in gare come queste, così dure, le variabili sono moltissime. Io non avevo il supporto da parte di nessuno: mi trovavo lì da solo. Ho cercato di salvare il salvabile e diventare almeno un finisher, tra i 530 che sono riusciti a tagliare il traguardo finale.

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Cosa le ha lasciato questa esperienza di corsa?
Il "Tor" è una gara che va presa con leggerezza: bisogna essere preparati fisicamente ma è impossibile farlo perfettamente. Ci sono troppe variabili in gioco, dal meteo al cibo, dalle poche ore di sonno, ai chilometri, al tempo trascorso a camminare.
Quindi, a meno che non si punti al risultato, è meglio pensare solo a divertirsi e arrivare sereni alla partenza, senza problemi fisici o piccoli dolori; e con la testa libera, pensando solo a compiere un viaggio epico, pieno di esperienze che rimarranno impresse per sempre. Per me, che non sono un corridore professionista, è stato un grande risultato averlo portato a temine.

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