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“Fate i genitori e lasciate fare all’allenatore il suo lavoro; dovete essere i supporter dei vostri figli, non i loro ultras”

30 Maggio 2024 - 13:16
Giuliana Valerio
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Giuliana Valerio

Come le aspettative influenzano le prestazioni, non solo nello sport.

E’ stato questo il cuore dell’intervento di Alessandro Mora, mental coach, che ha partecipato all’11a edizione di TEDxPadova che si è svolta il 25 maggio nel Centro Congressi di Padova. Oltre 1.500 le persone presenti, sad ascoltare gli speaker che hanno animato la conferenza con le loro storie e le loro riflessioni sul tema “Falsi Miti, Leggende Urbane” sfidare i preconcetti, le leggende urbane e i bias che spesso guidano le nostre decisioni e le nostre visioni del mondo.
Alessandro Mora è Peak Performance Coach, Autore e Speaker internazionale. È socio di ekis coaching e tiene corsi in Italia e all’estero sullo sviluppo personale. In collaborazione con Radio Deejay, conduce il podcast L’Allena-Mente. Segue atleti olimpici e squadre professionistiche che allena a utilizzare al meglio la mente e gli stati d’animo per eccellere nelle loro performance. Appassionato e studioso della mente umana da 30 anni, è divulgatore di tematiche legate alle neuroscienze.

Alessandro Mora, quanto è importante ‘allenare’ la mente?
È fondamentale. Il nostro cervello è la centrale da cui parte tutto, di lì partono gli ordini e il nostro corpo esegue. Il problema è quando gli atleti si ‘distraggono’, si dicono delle cose e si ascoltano: ‘e se adesso sbaglio?’, ‘se non riesco ad essere all’altezza della situazione?’, ‘se l’avversario è più forte?’, ‘guarda come sono grossi!’. L’inner game, il gioco interiore che accade nella nostra testa, fatto di immagini e cose che ci diciamo, influenza in modo esponenziale l’outter game, il gioco esterno che invece è fatto di movimento, racchetta-pallina, palla ecc. Quando il nostro cervello è allineato al flusso che lo lega al nostro corpo, tutto avviene in maniera istintiva e il corpo risponde nella maniera migliore. Quando questo non avviene, il flusso si interrompe e così l’efficacia della prestazione.

Il cervello va allenato e…convinto. Molto spesso siamo noi il nostro primo nemico, perché pensiamo di non farcela, di non avere le risorse. Quanto riusciamo a intervenire per influenzare la visione di noi stessi?
Tanto, se sai come fare. E’ il nostro cervello, è con noi da sempre. Se l'ho abituato a vedermi in modo negativo, questo è l’unico percorso che il cervello riesce a compiere. Nel momento in cui gli dai una strada diversa, lui la segue. Accade che io mi tratti male per abitudine, se l’ho sempre fatto, ma succede anche che non sia io a volerlo fare: troppo spesso sono le persone intorno a me a creare le mie convinzioni.  Le nostre convinzioni, i nostri giudizi giungono invariabilmente, anche se noi non lo vogliamo, alle persone e creano delle aspettative. Sono stati fatti moltissimi esperimenti in psicologia e si è notato che nel momento in cui noi abbiamo delle aspettative su qualcun altro questo invariabilmente risponde. Attenzione: questa dinamica può avere importanti conseguenze positive sulle persone, ma può anche creare loro molti problemi.
C’è un concetto molto importante nel mio lavoro di mental coach: la persona sceglie sempre la migliore delle opzioni tra quelle che ha a disposizione. Il problema è quando non ha opzioni e di conseguenza continua a fare sempre la stessa cosa, perché va in automatico. È lì dove intervengo io: fornisco delle alternative di pensiero.

Ci sono delle tecniche? Come si 'allena' il corpo, si può esercitare anche la testa?
Sì, la testa lavora come un muscolo, più la utilizzo in un certo modo, più rinforzo determinati comportamenti e atteggiamenti, più creo la nuova abitudine. Il nostro cervello ha come unico obiettivo quello di risparmiare energie. Per non spendere nuove energie, semplicemente automatizza delle cose, delle convinzioni, creandosi dlele abitudini. Non gli non interessa che queste cose ci facciano stare bene o male, gli interessa risparmiare le energie. Sta a noi cambiare abitudini, automatizzare comportamenti positivi e eliminare quelli negativi.

Riuscire a ‘governare’ bene il proprio cerevello nello sport aiuta anche a vivere meglio?
Lo sport è una metafora straordinaria della vita: nello sport alleni tutto, la tenacia, la determinazione, la resilienza, l’interpretazione della sconfitta, l’imparare dalla sconfitta, cose che nella vita sono utilissime. Chi ha fatto sport, soprattutto in giovane età, ha più risorse da giocarsi nella vita, anche profesisonale professionale, perché ha interiorizzato dentro di sé tante dinamiche, ha capito come ‘funzionare’ efficacemente in molti contesti. Penso al lavorare in squadra, lavorare per obiettivi, l’impegno, la disciplina e anche che bisogna fare fatica per ottenere risultati.

Insegnamenti che dipendono dal tipo di sport?
Le abilità che si sviluppano non dipendono dal tipo di sport, seppure ci siano particolarità specifiche. I vantaggi sono nel fare sport, di squadra o individuale che sia. Lo sport individuale insegna ad arrangiarsi da solo, in squadra certo ci si può nascondere, ma le conseguenze delle proprie azioni in campo ricadono su tutti. In squadra si impara ad interagire con i compagni, si affinano la lettura delle dinamiche di gruppo e le capacità di leadership, negli sport individuali si rinforza la capacità di capirsi. Insomma, le differenze sono sottili, se esistono.

Più ti aspetti dalle persone più queste persone danno: questo è un concetto che ha sottolineato nel suo intervento. Quando un bambino fa sport, cosa deve fare un genitore? Che tipo di aspettativa deve avere?
I bambini sono molto sensibili ai giudizi e alle aspettative degli adulti. E sono molto fragili. Attenzione quindi a caricare i bambini di aspettative che non possono sostenere o anche di sogni che sono solo vostri. Il genitore deve limitarsi ad essere il primo sostenitore di suo figlio, e basta. Non hai idea di quanti genitori mi chiamino per fare mental coaching ai loro figli, sapendo che lavoro con atleti di alto livello e olimpionici. Mi parlano di ragazzini di dieci, undici anni, e mi dicono che avrebbero bisogno di avere più convinzione perché loro li vedono già come futuri campioni! Io rispondo: lasciateli stare, lasciateli divertire, se volete lavoro con voi per aiutarvi a comunicare in maniera più efficace. Ma limitatevi a fare i genitori e lasciate l’allenatore fare il suo lavoro. Dovete essere dei supporter, non degli ultras. Il vostro ruolo è fare loro capire lezioni di vita attraverso lo sport: che non tutto è semplice, che bisogna fare fatica per ottenere risultati, che possono esserci delle ingiustizie e delle sconfitte, ma che non per questo bisogna mettersi in discussione o arrabbiarsi, ma accettarle e comprendere. Insegnate loro a parlare con l’allenatore, a fare domande per quanto riguarda lo sport. Il compito del genitore è formare una persona, non un campione. La disfatta totale è quando il genitore diventa l’allenatore o il manager del proprio figlio.

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