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Catia Scanferla, il tiro a segno per colpire gli effetti della sclerosi multipla

02 Maggio 2024 - 12:16

 

Roberto Turetta
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Roberto Turetta

La pratica sportiva può essere una costante per tutta la vita, anche se nel mezzo entra di prepotenza una grave malattia degenerativa. Vale per Catia Scanferla di Limena, 58 anni, che dopo il patentino Isef ha dovuto fare i conti con la sclerosi multipla e gli spostamenti sulla sedia a rotelle. Lei però non si è arresa e ha ritrovato nel tiro a segno una passione e una ragione d'essere, aggiungendo nel tempo l'attività di falconiera e di danzatrice del ventre.

«Non mi ha mai abbandonato un forte spirito di competizione, prima di tutto con me stessa. Del resto, di mio, amavo da sempre lo sport, da piccola ero una scavezzacollo che non stava mai ferma -spiega Catia-. Ho fatto ginnastica artistica fino a dieci anni, a seguire atletica leggera fino alla maggiore età. Dopo le superiori, la destinazione naturale è stato l'Isef (l'istituto che precedeva le scienze motorie odierne) e l'insegnamento di disciplina come la pallavolo e il minivolley in alcune società. Esperienze interrotte dalla rottura di un tendine e dal successivo approdo in un laboratorio di agopuntura per un decennio».

Poi, però, i primi disagi. «La sclerosi multipla mi accompagna da 27 anni. E’ partita che sentivo sempre meno la parte bassa del corpo. Inizialmente la trattavo con la psicosomatica che avevo appreso in laboratorio. Ma una giornata di 12 anni fa esplose in tutta la sua drammaticità: dopo pochi passi, non riuscivo più a reggermi in piedi».

Oltre alle ovvie difficoltà di per sé, c’è stato un periodo per arrivare all’accettazione della nuova condizione fisica. «Non è stato facile, sono dovuta passare anch'io per una fase di smarrimento e depressione. Ma in seguito mi è venuta in aiuto la vecchia passione del tiro a segno. Un po' mi ricordavo i precedenti di mio padre, che faceva parte dei tiratori scelti quando era nell'esercito. Inoltre, ai primi albori del disagio mi piaceva perché sentivo vibrare tutto il corpo quando sparavo, anche la parte bassa».

E' iniziata così una piccola epopea, grazie alle esercitazioni nel poligono di tiro di via Goito a Padova, la conferma delle proprie capacità e le prime gare nazionali. «Mi allenavo anche quattro volte alla settimana. Non è facile e immediato come qualcuno può credere, occorre concentrazione, capacità di controllare la propria respirazione, stabilità nelle braccia. Ho provato peraltro più specialità, quelle in cui sono andata più avanti sono i tiri da 10 e 50 metri, nel 2023 sono stata in entrambe vicecampionessa italiana».

Ogni gara prevede l'esecuzione di un centinaio di colpi, rispettivamente per un'ora e un quarto e un'ora e mezza di tempo. Senza trascurare di cimentarsi con la carabina. Tante soddisfazioni, forse frutto di un talento ereditario. «Sia io che papà avevamo un'ottima mira: anche a bocce, abbiamo sempre fatto faville» scherza, lei che non perde mai il buon umore.

Catia comunque non si è fermata qui. «Sono presto arrivati i falchi. E soprattutto la danza. Ho trovato un gruppo molto coeso a Piazzola sul Brenta. Tra l’altro, in quest’ultimo ambito, presto potrebbero aggiungersi nuove soddisfazioni viste le competizioni in programma: il 2 giugno sarò a Genova, a settembre in Repubblica Ceca. L’importante per me è non mollare mai, andare sempre oltre i miei limiti e cercare nuovi stimoli».

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Cosa che ha fatto anche nel raggiungere una maggiore autonomia logistica. «Guido una macchina designata per persone affette da disabilità motoria, dopo aver ottenuto la patente apposita. E’ fondamentale per me, specialmente adesso che mio marito non sta benissimo».

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