
Aldo Serena, tre scudetti e tante maglie in un libro
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Roberto Turetta
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Aldo Serena si racconta. Lo fa con un libro pubblicato da Baldini Castoldi, “I miei colpi di testa”, che ha presentato l’11ottobre al bar Atipico di Padova. Sollecitato dall’organizzatore Davide Meneghini, l’ex attaccante azzurro e della Serie A ha ripercorso la propria carriera professionale tra aneddoti dentro e fuori dal campo. Classe 1960, originario di Montebelluna e in famiglia Tonino, è uno dei pochi calciatori a vincere lo scudetto con tre squadre diverse, nella fattispecie Juventus, Inter e Milan.
«Non vedevo l'ora di andarmene da Montebelluna, volevo prendere in mano la mia vita –ha esordito-. Nel 1978 l’occasione con l’arrivo a Milano alla corte dell’Inter. I miei erano preoccupati, perché all’epoca c'erano le Brigate rosse. Inoltre volevo proseguire gli studi da geometra». Doveva mettere assieme tutto, anche il denaro per vitto e alloggio. «Ci davano 2500 lire per ogni pasto, mi ricordo le sere in osteria in cui noi giovani contrattavamo tutto.Poi mi capitò di incontrare Adriano Fedeli, che mi portò nei ristoranti top: “ti vedo tanto magro” mi diceva». Quindi l’approdo in altre società. Al Bari, al Milan di Farina, al Torino.
«Che battaglie quando indossavo la maglia rossonera. Fu in una partita di Coppa Italia contro la Juve che incontrai da avversario Michel Platini. Noi combattemmo come leoni, anche perché eravamo in Serie B, perdemmo 2 a 1 ma giocando bene». La classe di Platini emergeva rapidamente. Mi fece un tunnel, per poi lanciare in contropiede Boniek: che rabbia, già in allenamento è irritante subire i tunnel, figurarsi in quelle occasioni. Tanto che volevo colpirlo, se ne accorse e mi disse scherzosamente di chiudere le gambe. La simpatia che suscitò in me mi convinse a lasciarlo stare».
Anche perché poi Platini se lo sarebbe ritrovato come compagno di squadra alla Juve, dal 1985 al 1987. «Una volta in pullman verso Villar Perosa mi disse: “avrai la maglia 9, quella di Paolo Rossi, vedi di non farlo rimpiangere”. Mi diede una carica! Peraltro iniziai molto bene con la Juve, sette gol in nove partite. Sempre Platini, un giorno mi disse. “Ti ho voluto io perché mi rimandi i palloni indietro, così segno”». I sorrisi hanno accompagnato questa parte del racconto.
Ovviamente il francese pallone d’oro non era l’unico campione con cui Serena si è confrontato. «C’era Van Basten, bravissimo e completo.E Mattheus? Un tedesco nella mentalità e nel fisico. Quindi Ramon Diaz, mi intendevo a meraviglia con lui. Nonché Matteoli, tanto sottovalutato ma bravo a tenere palla. E poi Maradona, nei primi mesi in cui stentava».
Quanto al famoso confronto con Pelè, quest’ultimo «l’ho visto solo alla tv». Non gli sono mancati fischi durante le gare più importanti, per esempio nei derby della Madonnina dopo il passaggio al Milan, da parte della curva interista. «A volte intervenivo in maniera pesante». Ma Serena stesso sarebbe tornato all’Inter dei record 1988/89.
Oltre che con i giocatori, c’era il rapporto con dirigenti e presidenti. In primis del Milan. «Ho vissuto il prima e il dopo Berlusconi. Poi Berlusconi prese in mano tutto, diede i presupposti per le vittorie. Aveva il suo modo di fare, vedi le conferenzine a ogni giocatore in cui parlava di tante cose. Purtroppo l’avventura al Milan fu condizionata negli ultimi due anni da un ginocchio malandato». Ma soprattutto con Giampiero Boniperti alla Juve. «Una persona quadrata, una delle figure che più mi hanno entusiasmato. Con lui l’ambiente era intriso di familiarità». Senza dimenticare importanti allenatori come Giovanni Trapattoni. «Quando mi allenava all’Inter e terminò il mio contratto mi disse di guardarmi attorno, intendendo che mi conveniva tornare alla Juve, anche in virtù della benevolenza di Boniperti. Ma fu un signore anche in altre circostanze: una volta via dal ritiro senza dirlo a nessuno, disse Aldo ha sbagliato e sarà multato, ma nessuno deve dirlo ai giornali altrimenti la multa la prendono tutti».
E che dire di certi arbitri? «Impossibile trascurare Gigi Agnolin di Bassano del Grappa, uno dei migliori fischietti al mondo degli anni ’80. Non per caso diresse disfide delicatissime al Mondiale ’86 come Argentina-Uruguay. Aveva una visione molto maschia del gioco. Quando ero al Toro e subii un contrasto pesante mi disse: “su, rialzati, non ti ha fatto niente”».
Tante squadre e tante maglie nella sua carriera. «Ero un ragazzo timido e introverso, cambiarne una praticamente ogni anno è stato quasi terapeutico, mi ha aiutato a maturare: per il mio carattere sarei rimasto nella prima, perché ti abitui ai compagni e alle richieste di una determinata società». Questo, tuttavia, mantenendo un’umiltà di fondo. «Mi hanno insegnato che l’agnello umile mangia da due mani. Lo ripeteva mio nonno, che rischiò di morire durante un’operazione navale nella Prima guerra mondiale».
Un carattere ben diverso da un calciatore più giovane che sarebbe diventato un grande amico fuori dal campo, Nicola Berti. «Facciamo ancora le vacanze in Sicilia con le rispettive famiglie. Anche se quando, fu aggregato all’Inter nell'88, all’inizio mi irritava, troppo esuberante e invadente. Poi andò ad abitare dov'ero io, a Sempione, e diventammo sempre amici. Lui aveva la leggerezza di chi se ne frega di tutto, mi ha regalato un po' di questa sua caratteristica. E’ rimasto uno scavezzacollo tutt'ora a 56 anni. Assieme a lui vinsi pure lo Scudetto del record dei punti, ricordo la partita decisiva a San Siro contro il Napoli: prima segna Careca, poi pareggiamo e a seguire il gol vittoria di Mattheus. Milano era piena di bandiere nerazzurre, io ero esausto ma con Berti si pensava solo a festeggiare a oltranza».
A tutto questo si aggiungeva l’esperienza della Nazionale, con i suoi alti e bassi. «Nel 1986 venivamo da campioni del mondo. Io purtroppo non ero al top, me la sono giocata con Galderisi. Meglio quattro anni più tardi, almeno fino all’episodio del rigore nella semifinale contro l’Argentina: Vicini mi chiede se posso tirare, io che non sono un rigorista nicchio e vado a farmi un giro attorno. Ma il commissario tecnico continua a guardarmi e decido di andare dal dischetto. L’atmosfera è particolare, il portiere appare enorme e la porta molto piccola. Cerco di andare a colpo sicuro; una volta colpito il pallone mi sembra che riesca a superare il portiere, ma non è così. Da lì mi si annebbia la memoria, dei due giorni successivi non ricordo nulla. Temevo che mi ricapitasse quella terribile sensazione successivamente, anche nella finalina per il terzo posto a Bari contro l’Inghilterra. Per fortuna non fu più così».
Serena è legato in qualche modo anche a Padova. «Nei primi anni ’80 avevo una fidanzata che studiava Medicina in città, andavo a trovarla tutti i lunedì e martedì nonostante la stanchezza. Un giorno che presi una pallonata in testa calciata da Brehme mi fece assistere direttamente da lei. Era un periodo in cui avevo paura ad andare di testa: nonostante le incornate fossero la mia specialità, si diceva che potevano danneggiare seriamente i neuroni. Tanto che decisi di provarle solo nelle gare ufficiale e non durante gli allenamenti». A cui si aggiungono i luoghi come l’Appiani, simboli epici del calcio locale. «Che odore di antico e di canfora c’era al suo interno».
Da Padova si spostò presto negli Stati Uniti d’America, grazie alle Olimpiadi dell’84. «Misi piede là, ero curioso di vedere questa parte del mondo. Fu una bella impressione, con il villaggio olimpico e i suoi confort. Ma anche con le sue contraddizioni appena fuori. In America conobbi tanta gente, ma fu sempre una grande vacanza».
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