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"Vinca il migliore? Speriamo di no": un libro su Nereo Rocco

29 Agosto 2023 - 10:43
Roberto Guidetti
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Roberto Guidetti

"Vinca il migliore? Speriamo di no". E' la frase, simpatica nella sua improbabilità, che titola la prima fatica letteraria di Guido Barbato, esperto e conosciuto giornalista televisivo padovano, presentata nel corso della sagra di Montà, quartiere dell'immediata periferia occidentale euganea, dove l'autore vive con la moglie e il figlio.

Guido, nella presentazione in compagnia del collega Andrea Moretto, altro volto noto dell'informazione locale padovana, ha più volte precisato di non essere un cronista sportivo, ma di aver voluto raccontare una pagina ingiustamente dimenticata nella storia del sodalizio calcistico biancorosso, le sei stagioni in cui il leggendario Nereo Rocco, triestino doc (che continuava ad usare espressioni dialettali per spiegare moduli e disposizione in campo, oggi situazione impensabile a fronte di almeno cinque-sei nazionalità diverse presenti in quasi tutte le squadre ai livelli maggiori del calcio), raffigurato nella vignetta di Francesco Frosi della copertina del volume, allenò il Padova tra il 1954 e il 1961, non solo risollevandolo da vicende agonistiche, che riportano tristemente alla memoria l'attualità sportiva, ma portandolo addirittura a più che rispettabili livelli nella massima serie pallonara.

E la frase del titolo si riferisce – appunto – ad una vigilia di Padova-Juventus (nel Febbraio del 1958) allo stadio Appiani (quello del Foro Boario in via di demolizione), dove Rocco, riconoscendo l'indubbio divario di tradizione, risultati e blasone delle due squadre, auspicò che i favori della vigilia venissero capovolti dal risultato del campo. Dove finì 1 a 1 (risultato, sul quale i bianconeri fallirono un rigore) in uno stadio stracolmo di pubblico con spettatori, che vennero addirittura fatti accomodare a bordo campo. Situazioni oggi impensabili (a fronte delle rigidissime norme di sicurezza), ma emblematiche di un tempo e di una disciplina agli albori che oggi, in virtù degli sconfinati interessi rappresentati dal calcio (dove mancava solo arrivassero i super-ricconi petroliferi arabi), non sembra minimamente derivare da un tempo, in cui il colore della maglia era quello storico, con al massimo una “muta” bianca di riserva, le scarpe di gioco avevano tutte lo stesso colore e i contrasti in campo non culminavano nelle sceneggiate cui ci ha ormai abituato la maggior parte degli attuali professionisti del pallone (anche se in verità, soltanto la metà di loro si potrebbe definire realmente tale...), dal vertiginoso conto in banca e dalla disponibilità di auto, beni voluttuari ed attrezzature sportive in misura abnorme rispetto alle reali necessità degli interessati.

Consumismo, sponsor e diritti di immagine sono state infine le candeline di una “torta” esagerata in un mondo, quello globale, dove un terzo della popolazione (cioé, oltre due miliardi e mezzo di persone) non gode oggi nemmeno delle briciole della citata prelibatezza pasticcera.

La presentazione è stata accompagnata con una serie di scatti d'epoca molto suggestivi ed emblematici della bravura di fotografi che, senza la tecnologia di cui dispongono i loro attuali “eredi”, riuscivano ad immortalare azioni e momenti di gioco in modo davvero magico con il pallone conteso tra attaccante e difensore o toccato quel tanto che bastava dal portiere in plastico volo per evitare che la sfera finisse oltre la fatidica linea di porta. Peccato soltanto che, nel volume, non ne sia riportato almeno qualcuno.

Il libro di Guido Barbato, edito da CLEUP, Cooperativa Libraria Editrice dell'Università di Padova, è uno spaccato d'epoca molto efficace, in cui i rituali della visita alla basilica di Sant'Antonio e in un noto ristorante del centro-città (imposti da Rocco) costituivano i momenti imprescindibili della viglia delle gare casalinghe, dove il famoso “catenaccio” (inventato in realtà da un austriaco nel lontano 1932), che gli stranieri ci hanno contestato per decenni come abiura del gioco del calcio ed estremizzazione del difensivismo, ma che oggi addirittura club tra i più affermati non esitano ad applicare in caso di necessità, diventava la strategia più efficace per “prenderne” (di goal) il meno possibile e raggiungere risultati significativi. Come quel terzo posto, nella stagione 1957-58, in cui il Padova perdette l' ”argento” (nel senso della seconda piazza finale, dietro alla “solita” Juventus...) soltanto all'ultima gara di campionato a Firenze.

Rocco, soprannominato "il paron", aveva un'idea molto realista del calcio, era tecnico e mental coach insieme, giocatore in squadra con i suoi ragazzi e motivatore dai toni bruschi, ma necessari per una generazione, che veniva dal più atroce conflitto mondiale della storia (il secondo, terminato neppure un decennio prima), abituata alla fatica ed al sacrificio come regole di vita, applicate anche nel rettangolo di gioco.

Capitoli brevi, ma importanti, nel libro di Guido, che non spezzettano la narrazione, ma la rendono più scorrevole e meno faticosa.

L'autore, che ricorda i grandi colleghi, autori di libri precedenti dedicati al Calcio Padova, da Gianni Brera alla coppia Fantino Cocco-Paolo Donà, da Gigi Garanzini a Gianni Mura e Furio Stella, ammette l'indubbio ed incomparabile valore di chi l'ha preceduto, senza per questo disconoscere il valore di un'operazione, la sua, rivolta anche ai giovani, oggi nipoti (più che figli) di quegli anni ruggenti, alle soglie del boom economico, in cui grandi nomi commerciali campeggiavano nei tanti tabelloni esposti allo stadio, ma mai sulle maglie dei giocatori o nei pannelli mobili dietro alla postazione della conferenza-stampa degli allenatori e ultras e daspo erano ancora termini appartenenti ad un minaccioso futuro che, a partire dagli anni Settanta, trasformerà il gioco del calcio in rivalità estremamente violente tra tifoserie e lo stadio in arena di battaglia tra opposti sostenitori. Proseguendo poi con Calciopoli, ma anche – con il Mondiale di Spagna nel 1982 – nel riscatto di un movimento, che sembra oggi conoscere un nuovo momento di pausa di risultati importanti dopo l'incredibile successo Europeo del 2020, a cui non ha fatto certo bene l'addio di quel Commissario Tecnico, Roberto Mancini, protagonista di trionfi, ma anche di grandi fiaschi azzurri, cui però l'immaginario collettivo calcistico italiano degli ultimi anni si era profondamente legato, puntualmente disilluso dal richiamo del denaro, cui l'ex calciatore jesino della Sampdoria e della Nazionale – dopo tutti quelli che ha già guadagnato – non sembra ancora insensibile. Altroché morte dell'amico di sempre, Gianluca Vialli, che lo avrebbe indotto ad allontanarsi dalla scena per un periodo di riflessione!!!

Non possiamo sapere, qualora nel 2023 Nereo Rocco fosse ancora vivo (morì nel 1979, che non aveva neppure concluso il ciclo dei 60 anni, arrivando a 67, dopo aver allenato – tra le altre squadre – l'amata Triestina, il Napoli, la Fiorentina, il Torino e il Milan di Rivera, con cui conquistò la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale -oggi, Mondiale per club- nel 1969), se approverebbe il cambiamento avvenuto nel calcio soprattutto durante gli ultimi 25 anni (con l'avvento del nuovo millennio...), in cui la tecnologia non riesce più a privarci alla televisione non solo di falli poco evidenti o colpi non proprio ortodossi, ma anche di espressioni sacrileghe, emissioni espettoranti ed ispezioni corporali non proprio elegantissime.

Ma, anche questo, è il bello (o il brutto) del calcio a 12 o 24 telecamere, perlopiù a pagamento. Eh sì, perchè questo è l'ulteriore aspetto diabolico dello sport pedatorio del Terzo Millennio: i diritti televisivi.

Infine, una nota commovente del libro riguarda non soltanto l'utilizzo di testi di canzoni a Guido molto cari, come “La leva calcistica della classe '68” di Francesco De Gregori, ma anche il ricordo di chi non c'è più tra i suoi cari, per anni componente della “triade” televisiva dei fratelli Barbato, costituita da Guido e Paola, ma soprattutto Giorgio, fratello sempre sorridente, pure operatore televisivo, accasciatosi a morte a 38 anni, dopo aver disputato una partita di calcetto con amici in una sera di fine Ottobre del 2009 nell'impianto di una frequentata struttura sportiva al quartiere Sacra Famiglia.

Sport significa vita e morte per questa famiglia, a cui va la riconoscenza dell'intera comunità, fatta non soltanto di “calciomani” o fruitori televisivi, bensì di persone, che sanno riconoscere le parole e l'anima di chi ha un cuore davvero grande, a cui l'esperienza su questa terra non è stata sempre favorevole. Dal passato, non proprio così lontano, ai giorni nostri...

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