
Dino Baggio, l’uomo alle spalle del calciatore vincente
Roberto Turetta
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Dietro ogni calciatore di successo c’è una persona. E questo vale anche e soprattutto per Dino Baggio. Classe ‘71, tra gli sportivi padovani più vincenti di tutti i tempi, il tuttofare del calcio italico (molteplici i ruoli da lui ricoperti) si è raccontato ieri sera, venerdì 5 maggio, in una serata a lui dedicata al bar Atipico di Padova. Guidato dalle domande di Davide Meneghini, consigliere comunale organizzatore della serata, Dino ha ripercorso i tratti salienti della propria carriera, riempiendola però di emozioni e aneddoti ancora vivi, ai quali ha aggiunto incursioni nel presente.
I primi calci Baggio li tira nella realtà calcistica del paese natale, Tombolo. Finché approda nel vivaio del Torino appena tredicenne. Il talento e la forza atletica gli fanno guadagnare l’attenzione dell’altro club torinese, la Juventus, seppure lo giri all’Inter attraverso un anno di prestito. «Mi voleva Luciano Moggi, vedeva potenzialità in me. Prima però ci fu quell’esperienza all’Inter, comunque positiva visto il blasone della società».
Fino all’arrivo in casa Juve, tra regole molto severe (orari ferrei e zero tatuaggi) e i primi risultati importanti, tra cui la Coppa Uefa del ‘93 e il secondo posto dell’anno successivo. Tutto questo non impedisce un ulteriore cambio di casacca. «Mi cedettero nel ‘94: due dirigenti bianconeri si comportarono molto male con me, nonostante quanto fatto per la squadra e le mie prestazioni al mondiale Usa». Dirigenti i cui nomi restano ignoti, seppure il pubblico presente alla serata lo abbia incalzato.
«Sarei dovuto passare al Milan, mi ero sentito con Adriano Galliani, poi sfumò tutto e mi ritrovai al Parma». Nella città ducale rimane parecchi anni, con tante altre memorie positive. «Era una piazza tranquilla, che non godeva dell’attenzione mediatica di altre realtà e su cui non c’erano troppe pressioni. Forse questo le ha impedito di vincere quanto meritasse». In ogni caso anche qui Dino si prende delle belle soddisfazioni: oltre a giocare in una delle favorite per lo scudetto, giungono altre due coppe Uefa. «La formula della finale doppia mi ha permesso di segnare più gol. I cinque da me siglati nelle finalissime sono tuttora un record imbattuto di questa competizione».
Quindi il triennio alla Lazio dal 2000 al 2003. «Un’altra compagine molto ambiziosa e forte. Con la particolarità del calore della tifoseria, nel bene e nel male. Nel bene per le coreografie dello stadio, a volta l’atmosfera diventava epica. Diverso però se sbagliavi un derby, perché se lo legavano al dito anche per un anno di fila. Una volta, dopo aver perso 5 a 1 con i rivali capitolini, ci aspettarono fuori dagli spogliatoi per scardinare gli specchietti delle nostre auto e lanciarceli addosso».
Fino allo sbarco in Inghilterra con i Blackburn Rovers e la chiusura della carriera ad Ancora e a Trieste. «Mi trovavo bene a Blackburn, per la tipologia di gioco che valorizzava molto le mie caratteristiche. Purtroppo delle questioni familiari legati alla nascita di mio figlio mi costrinsero a tornare in Italia. E dire che avrei voluto giocare oltremanica molto prima, quando Gianluca Vialli volle andare al Chelsea. Ma non mi lasciarono partire».

E la nazionale? «Tante partite che vorrei rivivere. Per esempio il mio gol alla Norvegia a Usa ‘94, che ci permise di passare il turno. O la bordata da centrocampo contro il Portogallo fuori casa, per le qualificazioni di quello stesso mondiale; non credo ancora alla potenza di quel tiro quando lo rivedo. Poi i momenti di maggiore tensione, come durante i rigori finali: se non sei rigorista, la porta ti appare incredibilmente piccola».
Fare vita di gruppo tutto l’anno non cancella i momenti condivisi con i giocatori. «Vialli, un trascinatore dentro e fuori, un capitano naturale che sapeva anche scherzare. Zinedine Zidane, dal dribbling impossibile e dalla grande forza fisica, che potevi contrastare solo spingendola lateralmente». Ronaldo il fenomeno. «Mi chiedevo in continuazione come facesse a essere così tecnico e veloce. Se da buon brasiliano non gli fosse piaciuto far festa ogni sera, avrebbe vinto ancora di più». Quindi l’altro Baggio, Roberto. «Di poche parole, ma serio e rispettoso, che sapeva comunque farsi ascoltare. Da lui abbiamo imparato tutti moltissimo. Essendo entrambi veneti, parlavamo in dialetto tra di noi. Anche per non farci capire dagli avversari».
E con Lothar Matthaeus come la mettiamo? «Il tedesco era un altro di fortissimo. Finché si innamorò di una modella elvetica, era di più in Svizzera che qua». E, ancora, gli allenatori. «Carletto Ancelotti, attualmente il migliore al mondo assieme a Pep Guardiola. Carletto era stato un calciatore ad alti livelli, sapeva mettersi nei tuoi panni. Ti dava una certa libertà, in compenso pretendeva il massimo in allenamento e durante le gare. Un po’ diverso da Arrigo Sacchi, che ebbe il coraggio di cambiare il calcio in Italia ma era molto rigido sul rispetto delle sue direttive; anche alle cene ti parlava solo di schemi. Diciamo che con quest’ultimo sono cresciuto e con quell’altro mi sono modernizzato».
Ora Dino Baggio si gode il presente senza particolari rimpianti. A parte uno, forse. «Mi è sempre dispiaciuto non essere stato tesserato per il Milan, che all’epoca disputava la Champions League. Tra l’altro Capello mi avrebbe fatto giocare a centrocampo assieme a Demetrio Albertini». In ogni caso con il pallone ha chiuso definitivamente, dopo una vita di completa immersione. «Il fatto è che non mi piace proprio il calcio di adesso. Tutti stranieri, tanta attenzione alla tattica e alla fisicità e pochissima alla tecnica. Così ti ritrovi con partite dove fanno solo passaggi e possesso palla, con qualche cross e zero tiri in porta… mi annoiano sfide così, dopo un po’ mi stufo di seguirle».
Tanto da non portare avanti neppure l’esperienza da allenatore. «Troppe cose da gestire, tante tensioni, che poi si rischia di scaricare in famiglia» ha aggiunto, con un sorriso rivolto alla moglie presente in sala. E che dire dei giovani calciatori? Magari nelle serie minori dove ancora giocano i tanti nati in Italia, tra i quali i suoi figli?. «Nella D e nella Lega Pro ce ne sono molti di interessanti, ma difficilmente riescono a emergere. Consiglio loro di andare all’estero, possono crescere molto bene». Senza dimenticare il calcio femminile. «Mi diverte e sono contento che tante donne e ragazze si appassionino a questo gioco. Ce ne sono peraltro di ben talentuose. E’ cresciuto in Italia negli ultimi anni ed è pure divenuto professionistico negli ultimi anni, seppure siamo ancora un po’ indietro rispetto ad altri Paesi».
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