
“Credere all’impossibile”: parola di Andrea Devicenzi
Monia Pasqualetto
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“Credere all’impossibile”. Si intitola così l’ultimo libro di Andrea Devicenzi, pluricampione paralimpico sia sul suolo nazionale che internazionale. All’età di 17 anni, a seguito di un incidente stradale in moto, ha subito l’amputazione della gamba sinistra. Un triste appuntamento con il destino che gli ha cambiato profondamente l’esistenza ma non la voglia di vivere e di ripartire con la certezza che nulla è impossibile. Da allora, da quel lontano 28 agosto del 1990, sono passati oltre tre decenni e Devicenzi è oggi la testimonianza vivente che credere all’impossibile si può ed è la strada vincente per raggiungere qualsiasi obiettivo.

Dopo aver scoperto una forte passione per il ciclismo, prima a livello amatoriale poi con impegni sempre più importanti sul circuito agonistico, il pluricampione paralimpico ha costruito un lungo curriculum di successi sportivi e personali. Imprenditore, 49 anni, originario di Martignana di Po (Cremona), ha partecipato a quattro competizioni di Granfondo e a numerose gare internazionali di ciclismo di Coppa Europa, valevoli per le qualificazioni alle Paralimpiadi di Londra 2012. Si è confermato più volte Campione italiano, bronzo ai Campionati europei di paratriathlon in Israele nel 2012 e sempre nello stesso anno ha chiuso al 12° posto ai Campionati del Mondo. Interminabile la lista dei successi e delle imprese sportive realizzate negli anni. Alcune su tutte: l’avventura lungo la strada carrozzabile più alta del mondo in India, la Manali-Leh (primo diversamente abile amputato al mondo a riuscirci, ndr), l’esperienza in solitaria in Perù durata oltre tre settimane, il raggiungimento di Capo Nord con l’amico Massimo Spagnoli per un totale di 11 mila chilometri, la scoperta dell’Islanda. E ancora, La Via di Francesco, la Via Francigena e la Via Postumia. Oltre a dirigere un’impresa, è Performance coach e Formatore Esperenziale in aziende, squadre sportive e scuole.
Andrea, la sua vita oggi è ricca di attività, imprese, progetti, programmi. Alla base di tutto ci sono lo sport e i valori che racchiude. Che significato ha per lei?
Pratico sport dall’età di cinque anni: judo, atletica leggera, calcio, canoa. A 17 anni un incidente in moto ha cambiato tante cose nella mia vita. L’attività sportiva, all’inizio la canoa, è stata la prima leva motivazionale che mi ha fatto comprendere che anche con una gamba sola potevo fare ancora cose importanti nella vita. Ovviamente, con la consapevolezza che avrei dovuto rinunciare a parte dell’atletica e al calcio. La realtà degli sport paralimpici negli anni Novanta era molto diversa da oggi.
A 17 anni ha dovuto reinventarsi una vita e lo sport ha giocato un ruolo decisivo.
Nell’agosto del 1990 ho avuto l’incidente. L’anno dopo ho ripreso gli studi e ho continuato a praticare attività sportiva. Un’attività che, fino al 2007, svolgevo soprattutto per tenermi in forma a livello fisico e psicologico. Un po’ controcorrente ho deciso di non portare la protesi ma di vivere con l’ausilio delle stampelle mostrando senza paura la mia disabilità. Questo mi ha portato ad aumentare di peso e per recuperare la forma fisica mi sono cimentato nel ciclismo. All’inizio la scelta è stata dettata dalla volontà di dimagrire. In realtà è nato subito un grande amore che mi ha portato a partecipare alle prime granfondo e poi a gare internazionali e ad una serie di avventure che mi hanno avvicinato ancora di più a questo sport. E’ una disciplina che permette non solo di fare attività fisica in modo completo ma anche di scoprire panorami e di sviluppare la capacità di superare le difficoltà, una ad una.

Il titolo del suo ultimo libro, “Credere all’impossibile”, scritto in collaborazione con il docente e scrittore Flavio Sangalli, racchiude un messaggio tanto importante quanto difficile da mettere in pratica nella vita di tutti i giorni.
La mia storia e i risultati che ho conseguito in questi anni non vanno letti come traguardi raggiunti da una persona che ha più degli altri. Sono traguardi raggiunti da una persona che ha vissuto e vive una difficoltà molto importante ma che ha messo in campo tutte le sue risorse, il suo lavoro, la sua costanza e la sua passione. Ognuno di noi può raggiungere risultati straordinari, in qualsiasi settore. L’importante è non rifugiarsi dietro ad una serie di scuse ma piuttosto capire quali siano i propri talenti. Io ho dovuto rinunciare a qualcosa per scoprire il ciclismo.
Possiamo, dunque, dire che lo sport le ha salvato la vita e le ha permesso di rinascere e di riscoprire dei nuovi talenti?
E’ grazie allo sport che sono riuscito a superare la notte del 28 agosto del 1990. Se non avessi avuto un cuore forte e una struttura muscolare importante, difficilmente avrei superato la notte. Lo sport mi ha dato poi i primi strumenti per capire che nella mia vita c’erano ancora risultati che potevo raggiungere. Oggi mi porta a girare il mondo, a svolgere formazione tra i giovani e anche nelle aziende all'interno delle quali lavoro molto sull’abbinamento sport e imprenditoria: entrambi richiedono spirito di squadra e una grande capacità di programmazione e riprogrammazione. La mia disabilità e la necessità di potermi muovere agevolmente mi hanno portato anche a diventare un imprenditore: ho una start up innovativa che produce stampelle, che ho chiamato Katana, da me progettate e studiate per superare tutti i limiti che io stesso avevo riscontrato in altre strumentazioni d’ausilio alla mobilità.
Un’ultima domanda Andrea: come motivare i giovani a fare sport, a vincere la pigrizia, a non abbandonare alle prime difficoltà?
E’ fondamentale imparare ad ascoltarsi e ad attivare le risorse della passione e della curiosità. Oggi passa troppo facilmente il messaggio che tutto è facile. Questo è un grande inganno: raggiungere gli obiettivi si può ma bisogna lavorarci, proporzionalmente all’obiettivo che ci si prefigge.

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