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Calcio: Antonio Borille si racconta, i ricordi da giocatore ai tempi di Nereo Rocco

31 Gennaio 2023 - 14:20
Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

"Quel cappello calcato in testa così, alla buona, senza prove davanti allo specchio. Le battute in triestino. Una mimica che valeva un discorso, la conversazione di un uomo semplice per il quale una stretta di mano significava un impegno che non avrebbe disatteso, questione d’onore. Nereo Rocco manca dal 20 febbraio 1979, 44 anni. E per chi ha avuto il privilegio di percorrere un tratto del suo cammino al suo fianco la mancanza si fa sentire sempre più forte". 

Inizia così il racconto di Antonio Borille, giocatore del Calcio Padova, dove ha militato dal ’55 al ’61.  Originario di Contarina, classe ’42, Borille si fece le ossa nella De Martino del Padova, con la quale riuscì a togliersi moltissime soddisfazioni e conquistare il primo posto nel campionato italiano ragazzi, tanto da fregiarsi del titolo di “Campione d’Italia”.

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In seguito, arrivò la vittoria al torneo internazionale di Hannover e al torneo Lancia di Torino. Nel 1961, Borille fu ceduto alla società del suo paese natale, Contarina, dove, il primo anno, riuscì a vincere il campionato di promozione mentre l’anno successivo si classificò al secondo posto. 

“Mentre prestavo il servizio militare ad Istrana come aviere, fui prestato al Giorgione che si assicurò definitivamente la proprietà del mio cartellino – racconta Borille -. Ero uno di quei ragazzi di cui si dice: nati per giocare al calcio; rappresentavo quanto di meglio si potesse trovare per l’impegnativo ruolo di “libero” nei campi di provincia, e non solo in promozione. Ero un colpitore eccellente, fortissimo nell’anticipo, di testa e di piede. All’epoca, all’interno del Calcio Padova, si progrediva anche di due squadre in un anno; all’età di 13 anni giocavo con gli Allievi, e l’anno successivo venni promosso in terza squadra giovanile. Ricordo che c’erano solamente quattro squadre del settore giovanile. Al compimento del 17esimo anno di età, sono passato alla De Martino. Emilio De Martino era un grande giornalista dello sport illustrato e la Figc (Federazione Italiana Gioco Calcio) gli intitolò un torneo giovanile, dove giocavano le riserve del Padova. In quei tempi, le squadre erano composte da 14-16 elementi. Non esistevano ancora i tornei europei. Solo nel ’63, il Milan vinse per la prima volta la Coppa dei Campioni, con doppietta di Altafini, contro i due volte campioni del Benfica. Solamente il Real Madrid, nelle edizioni precedenti, era riuscito a vincerne cinque consecutive. 

Facciamo un passo indietro. Nella rosa della De Martino c’era qualche campione?

La De Martino era considerata l’anticamera della prima squadra. Chi si comportava bene, dal punto di vista del rendimento e dei risultati, riusciva ad essere convocato in prima squadra. La De Martino schierava tutti ragazzi dai 18 ai 19 anni. Con i compagni di quella rosa, siamo diventati Campioni d’Italia, anche se l’unica grande eccellenza di quella formazione era il portiere Bruno Bonollo. Eravamo una squadra solida e un bel gruppo; tra i nostri avversari delle altre squadre molti dei giocatori schierati erano di enorme spessore, tra i vari ricordo Zoff, Mazzola, Boninsegna, Facchetti, Rivera, Rosato e De Sisti, tutti giocatori che abbiamo anche battuto, come De Sisti nella finale Padova-Roma, giocata a Grosseto e vinta per 2-1. 

Chi riuscì ad emergere in quella squadra di giovani?

Il calcio, come lo vivevo io, era un “gioco di calci”. Sono esploso nel ruolo di libero, e giocavo sia da difensore che da centrocampista. Ricordo che in campo neutro, allo Stadio Martelli di Mantova, dovevo marcare un certo Mazzola; indossavo il numero 6, mentre lui aveva l’8. Mazzola non riuscii mai a vederlo perché venne schierato davanti alla difesa, giocando alla Pirlo. Quando vidi Mazzola giocare da centravanti, rimasi particolarmente sorpreso. Non avrei mai immaginato che potesse giocare in quel ruolo. Herrera lo fece esordire da centravanti, mentre io ero un mediano più difensivo. Eravamo tutti elementi dotati di buona qualità, ma in quella squadra non c’era un vero e proprio campione. Solo Bonollo emerse rispetto agli altri; diventò infatti il portiere della nazionale giovanile. Nella finale, vinta a Grosseto, eravamo in quattro squadre: Padova, Benevento, Roma e Pro Patria. A Grosseto era la prima volta che giocavamo con le luci, perché nel ‘60 si svolsero le Olimpiadi; in quell’occasione installarono l’impianto di illuminazione e ci misero nelle condizioni di poter giocare anche di sera. Con la luce e il pallone bianco non eravamo abituati a giocare, ma ricorderò sempre il classico pallone con la “teta”, la classica vescica di maiale. Quando si colpiva di testa faceva davvero male. 

Quando ci fu il primo incontro con Nereo Rocco?

Rocco si interessava poco del settore giovanile. La prima squadra si allenava all’Appiani, mentre noi ci allenavamo al Monti. Ricorderò sempre un aneddoto del Paron. Azzini, il libero del Padova, si appartò per fumare una sigaretta, mentre noi ragazzi attendavamo l’ingresso dell’allenatore. Azzini si trovava in mezzo al nostro gruppo, all’improvviso venne fuori Rocco dagli spogliatoi e si rivolse al giocatore, in dialetto triestino, dicendogli: “Azzini brutto mona, vuto darghe fogo ai quei muli”, Rocco era davvero un fenomeno per le sue battute. Ricordo che ci allenava duramente, su e giù per le gradinate dell’Appiani, però sotto quella faccia da burbero c’era una persona molto umana. Rocco mi portò via due volte con la prima squadra, a Vicenza e Verona, in Serie A. Per me fu una grande soddisfazione essere aggregato al gruppo della prima squadra e rischiare di esordire nella massima serie qualora un titolare fosse stato colpito da uno “scagotto”, anche perché nel mio ruolo ero chiuso dai vari Azzini, Scagnellato e Blason. 

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I grandi giocatori come si dimostravano nei vostri confronti?

Pin era un signore e un gran portiere, Blason e Scagnellato svolgevano onestamente il loro lavoro, Pillon era uno che ti insegnava bene il mestiere di calciatore, mentre Azzini era un po' per conto suo. Poi c’era Moro, un giocatore di calcio che non parlava con nessuno. Hamrin, invece, era un signore per la sua eleganza ed intelligenza; diversamente Rosa aveva un carattere molto difficile, scontroso, e a noi giovani spesso e volentieri ci trattava male. Appena lo toccavi in allenamento, usava nei nostri confronti qualche termine “dispregiativo”. Brighenti era uno dei più grandi centravanti che abbia mai visto a Padova e in tutta Italia. Oggi, quando osservo le partite, soffro soprattutto per gli attaccanti, perché sono costretti ad andare dietro al pallone in 30 metri; una volta si puntava l’uomo e si ricevevano 50 palloni in una partita. Ora, ci sono solamente tre difensori dietro che la danno al portiere. Una volta il pallone andava sempre avanti, giocavamo  con il terzino destro che se la vedeva con l’11, il numero 5 con il 9, il numero 3 con il 7, il numero 6 con l’8, e il numero 4 con il 10. Questo funzionava dalla parte nostra e da quella dell’avversario. A riguardo un grande ex giocatore degli anni '70 mi raccontò che prima di una partita internazionale, Rocco diede i compiti di marcatura a uomo a tutti i giocatori. All’improvviso si ferma e si domanda: e questo chi lo marca? Intervenne Rivera e gli disse: “Paron, quello è l’arbitro!” In ogni caso faceva sempre la differenza chi disponeva di un giocatore bravo, che riusciva a saltare l’uomo. Oggi non c’è chi costruisce il gioco. I vari Gigi Meroni, Zigoni, Vendrame, erano giocatori straordinari che inventavano il calcio, ma nel gioco moderno di oggi, probabilmente, gli allenatori non li avrebbero mai fatti giocare. 

All’epoca quanto guadagnava un giocatore?

Per quanto riguarda i giocatori più rappresentativi, Rosa guadagnava 6 milioni, mentre Hamrin 7. Erano davvero molti soldi, considerando il periodo, l’equivalente del milione di euro di oggi. Io ad esempio, ho fatto i conti con la mia casa. Nel ‘65, la mia compagna mi disse: “dai Antonio ci sposiamo e ci facciamo una casa”. Quando si giocava in Serie D, paragonabile alla vecchia C2, si era considerati dei semi-professionisti; ti potevi conservare il lavoro e giocare al pomeriggio. Quello, forse, è stato il miglior periodo per guadagnare bene. Poi, bisognava fare i conti con moltissimi “spiantati”, gente che tornava dalle regioni del Sud perché affermavano di essere pagati bene, ma poi tornavano senza lavoro. Nel ’61, quando terminai il mio periodo al Padova, la società biancoscudata mi offri 30 mila lire al mese per rimanere, ma bisognava fare tre allenamenti alla settimana; dissi di no e andai al Portoviro. Lì vinsi il campionato e siamo andati dritti in Serie D.  Devo essere sincero: è stato il miglior periodo per noi giovani, perché fare il calciatore e lavorare in contemporanea, si guadagnava davvero molto bene. Mi comprai un lotto di terra e ricordo che una domenica sera andai a vedere una partita a Castelfranco. Sopra la muretta, in piazza caffè, la mia morosa mi disse: Antonio non ce la faccio più a stare a casa. A Castelfranco mi pagavano molto bene, così in due anni mi feci la casa e ci sposammo. Così è stato.

Ho iniziato a 13 anni con il Bertipaglia, poi sono andato al Padova con l’allenatore Tersini che mi forgiò come giocatore: eravamo inizialmente in cento ragazzi, poi siamo rimasti in sessanta, poi da sessanta siamo rimasti in quattro, tra cui il sottoscritto. Mi ricordo che Tersini mi diede il tesserino per andare da Valle Sport a comprare le scarpe nuove da 300 lire; ero talmente emozionato e contento, che partii  da Bertipagliain bicicletta per anadare fino in piazza Insurrezione per acquistarle.

Che aria si respirava nello stadio all’Appiani?

Entrare all' Appiani per noi giovani era sempre un’emozione. Il calore del pubblico lo percepivi, ma quando ti trovavi in campo non avevi il tempo per osservarlo, da quanta concentrazione avevamo. Ricorderò sempre tre particolari: a ridosso dell’Appiani, verso la curva dei tifosi ospiti, c’era una famiglia che invitava sempre un gruppo di dieci tifosi a vedere gratuitamente le partite. Nellacurva nord, dove erano assiepati i tifosi del Padova, c’era sempre una compagnia di Camposampiero con in mano una fiasca di vino, pieni di sbornia ma sempre tanto ironici e divertenti. E poi, come dimenticarsi di quel tifoso che infilava l’ombrello dentro la rete di recinzione per deconcentrare l’avversario che tirava il fallo laterale. Vincere all’Appiani era molto difficile per tutti, in due anni il Padova perse solo una partita! 

Come venivano gestiti i ritiri? 

Se le trasferte erano lunghe si andava in ritiro, altrimenti eravamo obbligati a mangiare al ristorante  “Cavalca” e a vedere la partita del Padova, perché se non andavi al martedì  ti chiedevano: hai visto la partita? Come è stato il goal? Se la risposta non fosse stata corretta, erano arrabbiature.

Lei è stato premiato come il giocatore più corretto ai tempi del Giorgione

Nella mia vita sportiva non sono mai stato ammonito. Quando militavo nel Giorgione, in sei anni non ho mai preso un’ammonizione. Per questo motivo, nel 2015, sono stato premiato dal sindaco di Castelfranco in occasione del centenario della società. 

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Cosa rimpiange della sua carriera calcistica?

L’unico infortunio della mia vita calcistica, che forse mi è costato caro. Ero a Ferrara contro la Spal. Sento un “tirone” sotto il ginocchio.  Non c’era uno staff sanitario a quei tempi e non esistevano i cambi; giocai una partita memorabile e in quella partita marcai Novello; poi feci otto partite con una bolla di sangue sotto il ginocchio. Giocammo in casa contro il Vicenza, con Mattè allenatore in seconda. Il mister mi disse: guarda Borille che disgrazia hai sulla gamba, siamo in 11 mi raccomando; forse avevo fatto la mia migliore partita. Il martedì anziché andare in allenamento, finii in ospedale. Mi siringarono tutto il sangue da sotto il ginocchio. In quella circostanza persi una grande occasione; rimasi fermo un mese e mezzo.

Si poteva vivere giocando solo a calcio? 

Si, ma se non eri un giocatore eccellente e spendevi male i soldi ti ritrovavi in mezzo ad una strada.  Nel ’61, il Brindisi mi offriva 185 mila lire al mese, ma rifiutai il trasferimento in Puglia perché mi ero appena trovato la fidanzata, ma soprattutto mi piaceva svolgere il mio mestiere: l’artigiano. Sicuramente è stata la scelta migliore. 

Cambierebbe il calcio di oggi?

Cambierei il settore giovanile, perché non si lavora ad insegnare le basi tecniche. Dal mio punto di vista, mancano i veri allenatori “tecnici” dei settori giovanili. Sono troppo condizionati perché non sanno fare altro che cercare la vittoria ad ogni costo. Ad esempio, molti allenatori non sanno insegnare a saltare per colpire il pallone con la testa. Ai miei tempi mi insegnavano che il pallone lo si guardava quando partiva, e quando iniziava la fase discendente ci si staccava per arrivare a colpire per primo. 

Lei ha allenato in diverse parti della provincia. 

Ho allenato per 40 anni. Dopo l’esperienza del Bassanello Guizza, dove ho allenato per pochi mesi, ho iniziato con il Bovolenta, come allenatore e giocatore; poi ho allenato quattro anni a Piove di Sacco, con due promozioni, due anni a Trebaseleghe, un anno a Pernumia, e per ben otto campionati, ma mai consecutivi, a Maserà. 

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