Marcella Filippi lascia il basket giocato: intervista esclusiva

28 Maggio 2022 - 09:37
Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

Una bandiera del basket femminile italiano lascia il basket giocato. La stagione 2021/22 è stata l’ultima sul campo per Marcella Filippi, capitano del Fila San Martino di Lupari che all’età di 37 anni, dopo sette stagioni con la casacca delle Lupe, ha deciso di iniziare un nuovo capitolo della sua vita.

Marcella lascia il mondo del professionismo con numeri che testimoniano quanto sia stata importante la sua carriera: 257 presenze in Serie A1, di cui 175 con la maglia delle Lupe, ben 3151 punti in carriera (1470 in A1) e 272 triple realizzate nella massima categoria. Memorabile anche la carriera in maglia azzurra, per lei che è stata colonna e capitano della Nazionale 3×3. Un’esperienza che l’ha portata al trionfo Mondiale del 2018, e alla partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo nel 2021.

Marcella, lasci il professionismo a San Martino di Lupari dopo una carriera davvero importante. Ora per te inizia un nuovo percorso di vita. Come è maturata questa tua decisione?

E’ stata una decisione quasi naturale, dopo tanti anni trascorsi sui campi di gioco; in verità erano già un paio di anni che pensavo seriamente al mio futuro fuori dal mondo della pallacanestro. La testa, la ragione mi portavano da una parte, il cuore e la passione da quella opposta. Quando si inizia a crescere bisogna prendersi le proprie responsabilità. Nella vita di tutti ci sono delle priorità, bisogna riconoscerle e rispettarle. Ognuno ha le proprie. 

Ho voglia di iniziare a dare una svolta importante alla mia vita personale, per cercare di trovare una dimensione diversa con la realtà quotidiana. La pallacanestro è stato un sogno che ho potuto accarezzare e vivere per moltissimi anni, ma dentro me stessa ho valutato anche da un punto di vista strettamente anagrafico che sarebbe stato davvero l’anno giusto per dire basta con il basket professionistico.

L’esperienza alle Olimpiadi di Tokyo con la nazionale azzurra 3x3  cosa ha ti portato?

La partecipazione all’Olimpiade è stata indubbiamente un’esperienza unica anche perché era diventato l’obiettivo principale da quando abbiamo scoperto che sarebbe stato uno sport olimpico. E’ stata certamente una partecipazione quasi inaspettata per la mia carriera e per il sogno sin da ragazzina, perché  arrivare alle Olimpiadi rappresenta per qualsiasi atleta un traguardo e un obiettivo ambizioso, difficile da raggiungere soprattutto in uno sport come la pallacanestro .

Facciamo un passo indietro. Quando è iniziata la tua carriera da cestista?

E' iniziata quando sono uscita di casa per la prima volta per giocare in A2 a Carugate, un piccolo comune vicino a Milano.  Avevo 19 anni, e tutto ebbe inizio quando Larry, allenatore in A2 ad Udine, arrivò per lo svolgimento di una partita mentre io mi trovavo già in palestra da due ore per centrare al buio il canestro. Larry è rimasto sorpreso dalla mia passione e dall’amore incondizionato per il basket; da lì è scattato tutto. Sono stata contattata dalla società e sono andata a giocare a Udine.

Il basket che hai preparato scrupolosamente nell’arco della tua carriera ti ha premiato come avresti voluto? Oppure, pensi, che avresti meritato palcoscenici più prestigiosi?

Ho avuto una carriera professionistica al di sopra delle mie aspettative.  Magari in un periodo diverso, con gli strumenti di appoggio che si possono avere oggi, come il mental coach ed il nutrizionista, sicuramente avrei potuto andare più avanti con la mia carriera. Ma la pallacanestro mi ha regalato veramente tanto dal punto di vista emotivo ed esperienziale. Rimpianti non ne ho, perché fortunatamente ho sempre potuto scegliere di fare quello che ritenevo più giusto per me.

Cosa ha rappresentato per te il basket professionistico e a chi devi essere riconoscente per i successi che hai conseguito?

Era il mio sogno sin da quando ero bambina. Andavo a vedere le partite di mio fratello e mia sorella e sognavo di diventare una professionista come le ragazze della prima squadra di Serie A dove militava mia sorella, e dove mio padre ricopriva il ruolo di dirigente. Per i successi della mia carriera, sarò sempre riconoscente ad mio compagno Alessandro e a mia madre, per non avermi mai detto che una delle mie prime allenatrici le aveva confidato che il basket non faceva per me. Per il carattere spigoloso che ho, non so come avrei reagito.

Gli ultimi sette anni li hai trascorsi con le Lupe “del Fila”. Cosa ti ha dato questa società?

E’ stata la società che mi ha permesso di giocare molto, mettendomi nelle condizioni di esprimere tutto il mio valore a 360 gradi. Al di là dei risultati ottenuti, la società ha seguito nell’arco di questi ultimi sette anni tutte le mie idee stravaganti, in modo particolare il nostro addetto stampa Riccardo Andretta, che ha sempre appoggiato il mio estro e mi ha aiutato a creare le rubriche social che ho realizzato durante il covid, oltre alle campagne benefiche che siamo riuscite a portare avanti con la vendita delle colombe di Pasqua per raccogliere fondi a favore della popolazione ucraina colpita dalla guerra. Il Fila è una grande famiglia, dove sono riuscita a trovare una seconda casa e migliorarmi e raggiungere con sacrificio e abnegazione risultati davvero sorprendenti.

Quali sono stati i pregi e i tuoi punti di forza che hai messo in campo per praticare il basket ad alti livelli?

Sicuramente l’abnegazione e la voglia di migliorarmi sempre.

Quali sono secondo te i sacrifici cui si sottopone l’atleta professionista?

Lo sport, in generale, ti addestra al sacrificio, che è una componente costante, sempre presente, anche quando gli altri non la vedono. Che si tratti di una gara, di un singolo combattimento o della routine quotidiana, un vero atleta è colui che fa della costanza, della disciplina, della lealtà e della puntualità veri e propri doveri imprescindibili. Il basket per me non è stato un sacrificio, ho scelto lo sport che più mi piaceva. Per cui la scelta del professionista è dettata sempre dalla volontà di perseguire determinati obiettivi. Proprio come è accaduto a me.

Nella vita di tutti i giorni , chi è Marcella Filippi?

Sono una ragazza tranquilla, amo stare in mezzo alla gente e mi piace  il rapporto con le persone. Amo inoltre gli animali, la cucina,  e cerco sempre di intraprendere cose nuove per vincere la monotonia.

Descriviti con tre aggettivi.

Generosa, determinata e tremendamente sincera.

Cosa non sopporti di te stessa?

L’insicurezza, la poca fiducia in me stessa.

Qual è il messaggio che vorresti lanciare alle giovani generazioni che vogliono intraprendere questo sport?

Di credere sempre in quello che si fa, con volontà e determinazione. Bisogna fare in modo che i giovani che si avvicinano allo sport in generale, fin da quando muovono i primi passi, siano accompagnati giorno dopo giorno, perché non perdano di vista motivazioni e obiettivi.

L’esperienza più bella che ricordi e i momenti più brutti che hai dovuto affrontare durante una gara?

Di esperienze negative onestamente non ne ricordo, aldilà delle sconfitte. Diversamente, l’esperienza più bella è stato il Mondiale a Manila, perché è stato il frutto di un lavoro di squadra e di un percorso iniziato nel 2014. Dopo il primo Mondiale è stato un’escalation di successi e sono stati anni nei quali abbiamo sempre cercato di migliorarci, riuscendo ad arrivare quasi alla perfezione, perché nel 2018 eravamo la squadra più in forma e più preparata del Mondiale.

 

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