
“Emozioni di Corsa”: il libro del giornalista sportivo padovano Giancarlo Noviello
Giuliana Valerio
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Cosa si prova nella corsa? Quali sentimenti travolgono il cuore di un maratoneta che arriva primo alle Olimpiadi? Che emozioni si vivono a correre 120 chilometri di corsa nel deserto? Ce lo racconta Giancarlo Noviello, giornalista del Giornale di Vicenza e collaboratore di Che Sport e autore del libo "Emozioi di corsa", edito da Panda edizioni - 2014..
Giancarlo, da molti anni racconti prima sulle colonne del Mattino e Gazzettino di Padova, La Tribuna di Treviso, la Nuova Venezia, oggi sul Giornale di Vicenza, gli avvenimenti sportivi dell’Atletica Leggera. Una lunga esperienza che hai racchiuso nel tuo libro dal titolo “Emozioni di Corsa”.
Ho sempre affermato che l’Atletica leggera è una disciplina universale perché spontanea e di immediata comprensione. Questo perché correre rappresenta un gesto naturale che l’uomo compie dagli albori della sua esistenza e ancora oggi, nella quotidianità del terzo millennio. Da più di un decennio scrivo reportage e interviste su maratoneti molto conosciuti e altri meno noti al grande pubblico, ma tutti hanno dato un importante contributo per completare questo mio progetto editoriale che si proponeva un alto profilo atletico.
Testi sulla maratona e sulla corsa in generale ne sono stati pubblicati moltissimi, ma sfogliando le pagine di questo libro si coglie la sensazione che l’autore in primis sia un uomo che ha fatto della maratona una scelta di vita.
Avendo partecipato a decine e decine di maratone in qualità di “corridore” prima e di narratore poi, per me ogni gara si trasforma in un vero e proprio “romanzo”. E’ la verità: la maratona per me è diventata una ragione di vita, laddove altri sport non potranno mai avere lo stesso significato. Lo afferma anche Orlando Pizzolato tra le righe della sua intervista: “pochi giovani si avvicinano all’atletica (io aggiungerei ancor meno alla corsa..) una disciplina che comporta passione e fatica, uno sport logorante. Si può giocare a basket, calcio, ma non si può giocare a correre”. Ecco: quest’ultima frase di Pizzolato “non si può giocare a correre” spiega tutto il mondo della maratona: la fatica, il sudore e soltanto la volontà di arrivare a tagliare il traguardo dei fatidici 42.195 chilometri per poter semplicemente dire “ce l’ho fatta, c’ero anch’io”... Non c’è un pallone o una pallina per potersi divertire, c’è solo la fatica e la volontà di mettere in movimento le proprie gambe, i propri polmoni e soprattutto la propria mente. Credo di essere riuscito a mettere insieme racconti di vita e di morte, di speranza e di rinascita in cui – attraverso la testimonianza di “eroi” del nostro tempo - ognuno di noi, che alla mattina ci alziamo coltivando un sogno, potremmo riconoscerci.
Quante maratone hai corso nella sua carriera podistica?
Circa una trentina, tra cui diverse all’estero. Per i quarant’anni mi sono regalato la maratona di Parigi. Per il traguardo dei 50 anni, dovevo regalarmi la maratona di New York, ma un infortunio abbastanza lungo non mi ha permesso di coronare il sogno di correre nella Grande Mela. Un traguardo solamente rinviato. Restando in Italia, ho corso tre volte Venezia, due volte Treviso e Firenze, diverse edizioni della Maratona di Sant’Antonio, senza contare moltissime mezze maratone.
Cosa c’è nella corsa che ti spinge a tanto?
All’alba dei miei 50 anni, una risposta me la sono data: è il sogno. Il sogno di una cosa, scriverebbe Pierpaolo Pasolini, uno che scriveva e giocava a calcio nei campetti sterrati delle periferie e nelle praterie sconfinate della poesia, inseguendo il refolo di un’emozione. La corsa regala il sogno. Più di ogni altro sport, più di ogni altro gesto. Il sogno di librarsi, volare, sopra chilometri di asfalto rovente, sopra prati sconnessi e fanghiglia ribollente di scarpe chiodate. Quello di sentire il vento soffiare contro la faccia ed asciugare una goccia di sudore. La corsa è una metafora perfetta dell’esistenza. Tutti uguali, campioni e no, coraggiosi e codardi, intrepidi eroi e modesti travet. Tutti uguali, nell’estremo tentativo di riemergere dalla marea nera che ci chiude la gola all’ultimo metro prima del traguardo. Questa è, forse, la magia della corsa. E’ ciò che rende cosi diversa dagli altri sport e dagli altri gesti.
Con “Emozioni di Corsa” sei riuscito a mettere sullo stesso piano i grandi campioni dell’atletica con sportivi meno noti.
Ho voluto raccontare allo stesso modo i campioni celebrati e quegli “eroi” che la domenica indossano canottiera e scarpette per regalarsi una sfida con se stessi. In fondo è bello narrare le gesta dei grandi, come facevano un tempo gli antichi quando parlavano dei condottieri famosi, ma bisogna anche ricordare che alle loro spalle c’erano tanti piccoli protagonisti che hanno contribuito a rendere epiche le loro gesta. E’ un po' cosi anche nella maratona: si “romanza” su Bordin, su Pizzolato, sull’africano di turno (oggi sempre più che mai in auge), ma la corsa nel sangue ce l’hanno tutti coloro che lo fanno solo ed esclusivamente per vivere un’ora, tre, quattro ore in libertà…..questo significa “Emozioni di Corsa”.
Sei ancora alle prese con le conseguenze di un infortunio. Quando ti rivedremo sulle strade ad inseguire il tuo “sogno”?
Sono in via di guarigione. Sono fermo da circa cinque mesi per un problema all’anca, ma tra poco riprenderò gradualmente la corsa per raggiungere nuovi obiettivi cronometrici. Dietro l’angolo c’è ancora la maratona di New York e una nel deserto, magari nel Sahara, dove si impara a riconoscere se stessi. Il deserto è il luogo che ci mostra il volto nudo delle cose, ma anche quello più autentico e vero.
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