
Daniele Matterazzo sull’Ojos del Salado, il vulcano più alto del mondo
Dalla Redazione
Salire il Nevados Ojos del Salado significa confrontarsi con un ambiente che non concede spazio all’improvvisazione.
Al confine tra Cile e Argentina, nel cuore del deserto di Atacama, questo vulcano domina il paesaggio con i suoi circa 6.890 metri, imponendo per la scalata condizioni che mettono alla prova il corpo ben prima delle difficoltà tecniche.

È la vetta del vulcano più alto al mondo e seconda cima delle Americhe incastonata nel deserto più arido del pianeta. Raggiungibile senza manovre alpinistiche complesse, ridurla a un dato altimetrico sarebbe fuorviante. Qui la fatica nasce dalla quota e dall’isolamento, in un contesto che richiede adattamento costante e capacità di ascolto.
Per Daniele Matterazzo, la salita all’ Ojos del Salado rappresenta un vero ingresso nell’alta quota: non un gesto isolato, ma il punto di arrivo di un percorso costruito nel tempo dopo alcune esperienze svolte su cime di 4000 metri in Italia.
Dopo i primi cammini e pellegrinaggi la sua attenzione si sposta su lunghe attraversate a piedi orientando progressivamente le sue esperienze verso itinerari in autonomia, affrontati anche in contesti severi al Nord Europa: Lapponia svedese, Islanda, Irlanda e Groenlandia. Trekking di più settimane, autosufficienza totale e gestione di carichi importanti che hanno posto le basi di una preparazione solida.
Il viaggio: un percorso di crescita consapevole
Il percorso personale di Matterazzo è segnato dall’incidente subito a quindici anni, che provoca una lesione al plesso brachiale sinistro e la grave compromissione della funzionalità del braccio.
Dal 2020, a partire dal Cammino di Santiago, il viaggio diventa uno strumento di ripartenza e rielaborazione, trasformandosi progressivamente in un percorso di crescita consapevole.
Le esperienze successive, spesso affrontate in solitaria e in ambienti complessi, contribuiscono a rafforzare autonomia e capacità di adattamento. Nel tempo, questo cammino lo ha portato a diventare guida escursionistica, un’evoluzione che oggi gli consente di accompagnare altre persone in ambiente naturale, condividendo competenze maturate sul campo.
Dal deserto alla cima: la spedizione
L’idea dell’Ojos del Salado nasce anni prima, durante la ricerca di percorsi da affrontare a piedi. Inizialmente considerato come una meta potenzialmente accessibile in autonomia, il progetto viene poi ridefinito dopo un’analisi più approfondita delle distanze, della logistica e delle caratteristiche del territorio desertico, orientandosi verso una spedizione alpinistica strutturata.La spedizione si è svolta nel deserto di Atacama e si è articolata in 16 giorni complessivi.
Una fase iniziale è stata dedicata all’acclimatamento, con ascensioni graduali: una cima di quasi 5.000 metri e una successiva intorno ai 6.000. Non semplici salite preparatorie, ma passaggi necessari per permettere al corpo di adattarsi alla ridotta disponibilità di ossigeno. In alta montagna, il rispetto dei tempi è un fattore decisivo.
Il campo base è stato allestito a Laguna Verde, a circa 4.300 metri, mentre l’attacco alla vetta è partito dal rifugio Tejos, a quota 5.780. La salita finale è iniziata poco dopo la mezzanotte e ha richiesto circa dieci ore di progressione fino in vetta; il rientro ha portato la durata complessiva della giornata a circa quattordici ore.
Con il salire della quota, il corpo rallenta. Il respiro si fa breve, la concentrazione richiede uno sforzo maggiore e anche i movimenti più semplici diventano impegnativi. L’ipossia incide sulla lucidità e impone una gestione attenta delle energie, trasformando l’avanzamento in un esercizio di equilibrio continuo.
Dal punto di vista tecnico, la parte finale presenta un breve tratto di arrampicata esposta su roccia, attrezzato con corda fissa. Matterazzo lo ha superato utilizzando una "jumar", dispositivo che consente di risalire la corda senza possibilità di arretramento. Un passaggio concentrato, che richiede precisione e controllo, affrontato utilizzando un solo arto superiore.
Determinante è stato il supporto dell’amico e guida alpina Luca Montanari, professionista con esperienza in spedizioni di alto livello, coinvolto anche in contesti internazionali. Il suo ruolo si è concentrato sulla gestione tecnica e sulla sicurezza, creando le condizioni per un’ascensione controllata senza limitare l’autonomia dell’atleta. Infatti, già da casa, settimane prima della partenza i due hanno messo a punto una serie di strategie ed accorgimenti che permettessero a Daniele di muoversi nel modo più indipendente possibile per vivere un’esperienza autentica con le proprie forze.
La preparazione ha incluso anche un’attenta valutazione degli aspetti sanitari. Prima della partenza, Matterazzo ha seguito indicazioni specifiche sui rischi legati alla quota, con il supporto di specialisti in medicina di montagna. In questo quadro si inserisce il contributo di Bruno Barcella, medico chirurgo con formazione in emergenza-urgenza e un master in medicina di alta montagna, coinvolto nella prevenzione dei principali rischi connessi all’ambiente di quota.
Non solo un'impresa sportiva
La salita all’Ojos del Salado va oltre il risultato alpinistico. È un’esperienza che intreccia resistenza fisica e consapevolezza, in un ambiente che impone rispetto e adattamento. Non un punto di arrivo, ma una soglia: l’inizio di un percorso nell’alta quota affrontato con maggiore maturità, dove ogni salita diventa parte di una ricerca di autonomia sempre più solida.

Accanto alla dimensione sportiva, l’impresa voleva avere una forte valenza sociale. In vetta è stata portata una bandiera dedicata alla disabilità, simbolo di sensibilizzazione e inclusione. La spedizione è stata inoltre collegata a una raccolta fondi a favore della Cooperativa Magnolia, realtà del territorio padovano attiva da oltre quarant’anni nei servizi rivolti a persone adulte con disabilità.
Elena Scapin
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