
Basket: Petrarca, i 95anni di Fabio Fabiano. Virtus, addio al presidente Gianfranco Bernardi
Giovanni Pellecchia
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Giovedì 20 Novembre 2025 verrà archiviata tra le giornate più importanti nella Storia del basket padovano. Legata, seppur per opposti motivi, a due assoluti protagonisti degli ultimi 50 anni: Fabio Fabiano e Gianfranco Bernardi.
Bernardi: lascia un grande vuoto nella Virtus Padova e nel basket italiano
A metà mattinata, il “passa-parola” nella comunità del basket locale (prima del Comunicato della società) ha diffuso con amarezza la notizia della scomparsa di Gianfranco Bernardi. «La Virtus Padova – si leggeva - piange la scomparsa del suo storico Presidente. In questo giorno doloroso, ci stringiamo con profondo affetto ai figli Nicola e Barbara, e a tutta la famiglia Bernardi, condividendo il loro lutto e conservando con riconoscenza il ricordo di una persona davvero speciale per il mondo Virtus e per la pallacanestro italiana».
Lo storico patron ha indissolubilmente legato il suo nomealla Virtus Padova, società nata nel 1945 all’ombra del Duomo.
Classe ‘36 ed ex giocatore (a metà anni ‘50 disputò anche la A con l’allora Padova Sport che giocava in Fiera) ed illuminato dirigente del Sarmeola Basket (fondato nel 1976 nell’ambito dell’Us Sarmeola), Bernardi nel 1985 realizzò la fusione tra questa e la storica società del centro storico (che all’epoca accusava un momento di difficoltà). Un autentico “passaggio di testimone”, dato che della Virtus è stato negli anni: direttore sportivo; in seguito presidente; ed era rimasto nell’ultimo periodo presidente onorario (passata la guida al figlio Nicola direttore generale ed al presidente Marco Chioatto).
Aveva portato la Virtus nella stagione 1993-94 in serie A2, dopo la fusione con Vicenza. E quando la società è ripartita dal dilettantismo, ne ha guidato la risalita nel basket nazionale: fino alla promozione in Serie B nel 2015, grazie ai rientri di Massimo Friso in panchina e della “bandiera” Leo Busca (tornati nella loro città natale, dopo carriere ai massimi livelli, per affetto verso la famiglia Bernardi); e la stagione 2023-24 disputata in B Nazionale.
«Presenza fondamentale: un punto di riferimento per generazioni di atleti, allenatori, dirigenti e famiglie – recita il messaggio della squadra - La sua passione, la sua visione e il suo impegno instancabile hanno plasmato la storia della nostra società, lasciando un’eredità che sarà nostro compito custodire e far vivere in ogni atleta che indosserà la maglia neroverde».
«Ho vissuto tantissimi bei momenti, tante promozioni e anche tanti momenti difficili – ricordava qualche anno fa lo stesso Bernardi - Forse il risultato più importante è stato la promozione in serie A della Virtus Padova Vicenza a premiare un progetto di fusione per il quale mi era stato affibbiato il termine di “visionario”; però ricordo con grande orgoglio anche la ripartenza nel ‘94, dalla Palestra Frescura di via dei Tadi con le sole giovanili ed a seguire l’intero percorso culminato nel 2015 con il ritorno in serie B avendo al mio fianco Caiolo (direttore sportivo, ndr) e Friso e in campo Leo Busca, l’ex bambino che avevamo lanciato verso il professionismo 20 anni prima e che avevamo ritrovato a chiudere un cerchio. A ben pensare, però, il momento più bello è stato quello della promozione in B1 del 1990: la “finale dei biscotti” dove con la Viero avemmo la soddisfazione inarrivabile di superare una altrettanto grande Elledi Petrarca. Credo che quel derby rappresenti l’apice dell’interesse verso la pallacanestro della nostra città dopo le gesta del Petrarca di Doug Moe».
Oltre che patron della società neroverde, Bernardi è stato una figura fondamentale del basket padovano, veneto e nazionale: a celebrarne la carriera, nel 2020 è stato insignito della Palma d’Oro del CONI, massima onorificenza dello sport italiano.
«Questa Stella d’oro – osservò - non è assegnata solo al sottoscritto ma la devo condividere con due “fratelli” con i quali ho vissuto ogni momento del mio percorso: mi riferisco a Gegè (Papa braccio destro) e a Rino (Pavanello, lo storico presidente della Virtus); senza di loro e senza l’appoggio ed i consigli ricevuti in famiglia questo prestigioso riconoscimento non avrei mai potuto riceverlo».
Alla notizia della sua scomparsa, tra le tante testimonianze e ricordi di amici e società, uno dei primi a esprimere (“a titolo personale e a nome della pallacanestro italiana”) “abbraccio affettuoso e condoglianze” è stato il presidente Fip Giovanni Petrucci: «In ricordo di una persona che ha interpretato a pieno i valori dello sport ed è stato un punto di riferimento per intere generazioni di sportivi, giocatori e dirigenti».
L'attenzione per i giovani
Persona generosa, mai banale e schietta (talvolta al limite di apparire scorbutico), il presidente Bernardi oltre all’attività di vertice è sempre stato attento al settore giovanile: specie l’attività sociale che, attraverso il basket, si poteva svolgere.
Come da sue espresse volontà, è stato possibile effettuare una donazione "In memoria di Gianfranco Bernardi" a sostegno delle società sportive che si impegnano nello sviluppo del settore giovanile. L’ultimo saluto terreno, invece, gli è stato riservato nella camera ardente allestita presso la Sala del Commiato nella Chiesa dell’OIC (Mandria), nelle giornate di Sabato 22 e Domenica 23 novembre: come richiesto, infatti, non erano previste cerimonie pubbliche nè religiose nè laiche.

La festa al grande vecchio del Petrarca Basket: Fabio Fabiano
Nella serata di giovedì 20 novembre, però, nella club house degli Impianti sportivi “Memo Geremia” alla Guizza si sono potuti festeggiare anche i 95 anni di Fabio “Bisbe” Fabiano.
Il Petrarca Basket, che con il presidente Filippo Rancan ha aperto la serata con il doveroso ricordo dello stesso Bernardi, ha inteso celebrare omaggiandolo anche con una targa-ricordo il decano degli allenatori padovani, autentico “maestro” classe 1930 (gli anni compiuti il 17 novembre), e con ogni probabilità anche recordman di longevità sportiva.
Un grande palmares
Parliamo di un allenatore che, oltre a guidare in più riprese la prima squadra del Petrarca (in Serie A nel 1968), ha sempre allenato nelle giovanili. Vincendo tre titoli italiani Juniores con i bianconeri (1958, 1959 e 1967) ed ottenendo per questo il Premio miglior allenatore giovanile (1958); aggiudicandosi il Premio Van Zandt (1967); ma ha ricevuto, più di recente, anche due ambite onorificenze: nominato dalla Fip allenatore benemerito nel 2003, infatti, il 18 novembre 2016 si è vista conferire la Palma di bronzo al merito tecnico.
Ancora oggi, a testimonianza della smisurata passione e pur da assistente, va quotidianamente in palestra: per essere presente alla serata dei festeggiamenti, hanno testimoniato gli altri tecnici del settore giovanile, aveva fatto spostare (ma non annullare!) la seduta di allenamento. Nello specifico, in questa stagione segue gli U14 bianconeri e dà una mano, riguardo la parte dei fondamentali, anche al gruppo U19 Eccellenza.
Nel corso della serata, oltre alle testimonianze affettuose ed i ricordi di colleghi, amici e degli atleti di diverse generazioni («In certi casi, mi è già capitato di allenarne tre: il nipote, dopo nonno e papà...» ci confidato con una punta d’orgoglio), ha portato il suo saluto anche l’assessore allo sport del Comune di Padova Diego Bonavina che nell’ambiente Petrarca (sezione calcio), inteso come Antonianum e Tre Pini, si è a sua volta formato: «Certe persone, come Fabiamo (il ricordo è andato anche agli scomparsi Memo Geremia nel rugby e Lucio Brutto nel calcio, ndr), per il loro valore umano e sportivo, nella passione che ci hanno sempre messo, andrebbero clonate».
Il presidente della Fip provinciale e vice-presidente regionale Flavio Camporese, inoltre, ha consegnato il regalo speciale da parte della Federazione accompagnato dalla toccante lettera del presidente Gianni Petrucci: la maglia della Nazionale... ovviamente con il n. 95!
Ma, appunto, variegate sono state le testimonianze sul palco, in un piacevole e continuo rimpallarsi tra ieri ed oggi. Tra queste, in particolare quella di Pino Stefanelli, che oltre a ricordare il motivo del soprannome “Bisbe” (da bisbetica, per certi modi di fare), ha ricordato come ne sia stato “allievo” e compagno di squadra; e quella di Renzo Bariviera, ospite d’eccezione e membro della Hall of Fame italiana di basket, che nel Petrarca vinse il titolo italiano Juniores del 1967.
Un gradito video-messaggio di augurio dagli USA, infine, con la moglie Jane ha inviato Doug Moe. Senza alcun dubbio, il più forte americano che Padova abbia mai potuto ammirare: che, con Nikolic in panchina (Fabiano era il vice), portò il Petrarca al terzo posto in Serie A nella stagione 1965-66 miglior piazzamento nella storia della società bianconera (nata nel 1934). «Davvero un grande – ricorda Fabiano -: era la proiezione di come avremmo voluto fossero tutti. Un play che arriva in Italia e gioca da numero "4" (vicino canestro, ndr). Ci ha fatto vedere i fondamentali e sono sicuro che contribuì anche alla vittoria dei nostri campionati nazionali Juniores: i giovani avevano in lui un modello». «Come l'altro grande Aza Nikolic: inizialmente non sapeva l’italiano; per tre mesi, io in francese e lui tra inglese e francese, siamo riusciti a tradurre in italiano ed avere un doppio circuito di appunti per i ragazzi. Anche se l’allenatore che mi ha dato di più, agli inizi, è stato Franco Flamini: mi ha fatto giocare e capire un’infinità di cose, dandomi la sua confidenza e facendomi iniziare ad allenare, i ragazzi del ‘38-’39. L’anno successivo, con il ‘40, abbiamo vinto il titolo regionale: il momento più importante, come partenza. Ma ho conosciuto un'infinità di allenatori e da tutti ho imparato. Tutti avevano qualcosa di positivo, anche nelle loro stranezze» aggiunge, con grande umiltà.
Una vita nel basket
E prima essere rapito dalle meritate celebrazioni, insieme a noi ha riavvolto il nastro di questo bellissimo “viaggio”: «Il primo ricordo? Ero con Valerio Bresquar: vediamo delle cose appese, tipo ceste, in cui buttavano il pallone dentro, tirando dal basso a due mani. Poi, invece, ho visto un allenamento dei Gruppi universitari: una cosa decisamente diversa. C’era Ferruccio Bortolami, che mi prese in simpatia e anche da lui ho imparato qualcosa. Io non avevo più l’età per giocare juniores: non ho fatto le giovanili, ma ho giocato in Prima Divisione, Promozione, Serie C, Serie D e perfino due partite in B. Prima facevo Scherma: ho dovuto mollare perché, finito il biennio in cui i maestri venivano da noi, avrei dovuto andare da Comini ed era costoso».
«La pallacanestro è rimasta la mia vita. La chiusura del Tre Pini? E’ stata uno strazio: per me, non era solo una società di pallacanestro; eri lì dalla mattina alla sera, quella che i tedeschi chiamano Heimat (tradotto indica “casa” o “piccola patria”, ndr). Non so se allenare contribuisce a rimanere giovane; ma, certo, sei sempre in mezzo ai giovani. E rispetto a quelli tra padri e figli, i “ritardi” sono meno pesanti: puoi capirli e farti capire. Devi, però, cambiare le tue espressioni. Nel modo di allenare, infatti, è una continua evoluzione – chiosa -: sia per il carattere dei ragazzi; sia per il loro porsi nei rapporti con i genitori, con la squadra e tra di loro. Devi cercare di apparigliare le cose, per far saltare fuori il gruppo. Uno ha capacità o non le ha, però quelle che ha le deve tirare fuori! Una specie di maieutica».
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