
Francesco Perini, secondo posto assoluto alla Spartathlon
Giancarlo Noviello
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Francesco Perini, 39 anni di Mira, nato e cresciuto al Lido di Venezia, ha conquistato il secondo posto assoluto alla Spartathlon con il crono di 22 ore, 5 minuti e 27 secondi, il miglior tempo italiano di sempre.
E' una gara considerata tra le più estenuanti del panorama mondiale, capace di mettere alla prova non solo la resistenza fisica, ma anche la forza mentale degli atleti. E' un'ultramaratona storica che si corre ogni anno in Grecia da Atene a Sparta, ripercorrendo il percorso del messaggero Fidippide. La distanza da percorrere è di 246 km ed è tra le più difficili al mondo per la sua lunghezza, il dislivello e i numerosi "cancelli orari" che gli atleti devono rispettare. La corsa, giunta alla sua 43° edizione, si è svolta il 27-28 settembre scorso e ha visto alla partenza 23 italiani, tra maschi e femmine.
Francesco si racconta alla redazione di Che Sport, in un turbinio di emozioni. La corsa per lui, è diventata una fonte di ispirazione per chi voglia superare i propri limiti.
Che esperienza è stata Francesco?
Confesso che è stata un’esperienza che ancora oggi, trascorse due settimane, faccio fatica a descrivere. Un sogno che si ha perfino paura di fare, da quanto può sembrare irrealizzabile. È una delle ultramaratone più dure sì, ma penso che sia anche quella più importante. Tutti quelli che corrono queste distanze sognano di parteciparvi, non per niente viene soprannominata ‘l’Olimpiade delle ultramaratone’. Alla mia terza partecipazione consecutiva, inizio a conoscere ogni paese che si attraversa ma quello che si prova è sempre più profondo, ti entra nell’anima.
Ogni atleta corre immerso in un’atmosfera che evoca un significato mitologico, consapevole di vivere un’esperienza che va oltre lo sport.
Come l’hai vissuta e quali sono stati i momenti più critici che hai dovuto affrontare durante la lunghezza estrema del percorso, che rende la Spartathlon una sfida totale, capace di mettere a nudo l’anima di ogni ultramaratoneta?
Più che la storia, è l’atmosfera che si vive a caratterizzarla. Atleti da tutto il mondo, ognuno sotto la propria bandiera, ma accomunati dalla stessa passione. I greci lungo il percorso poi la vivono come una vera festa, a qualsiasi ora, e quest’anno posso confermare anche con qualsiasi clima, sono pronti ad incitarti ed applaudirti. Di momenti veramente critici non ne ho vissuti, forse il passare dal caldo diurno alla pioggia incessante notturna, è stata la cosa più difficile, ma il corpo e la testa hanno risposto sempre bene, anche alla fatica che man mano che passavano i chilometri aumentava.
Quanto tempo hai dedicato per preparare questa impresa massacrante, cercando di incastrare il lavoro con lo sport?
Per affrontare una gara di questo livello ci vogliono anni di crescita organica, nella quale abitui corpo e mente a sopportare questi carichi. Ho voluto dedicare a questo o biettivo tutto quest’anno, anzi, ho iniziato a preparala già da novembre dello scorso anno. Tutti gli allenamenti e le gare che ho fatto in questo periodo, erano finalizzati a farmi trovare pronto a quella linea di partenza. Con il lavoro riesco ad incastrare gli allenamenti fondamentalmente perché dormo poco, 5 o 6 ore sono più che sufficienti. Nel periodo più caldo della preparazione ho corso tutti i giorni, anche più volte al giorno. La settimana di picco, in prossimità della gara, mi ha visto correre 240 km.
Hai seguito un particolare regime alimentare per affrontare questa sfida?
La mia dieta non è controllata, mangio di tutto ed in grandi quantità, anzi devo fare attenzione ad alimentarmi a sufficienza. La mia alimentazione in gara è molto semplice:1 gel ogni mezz’ora.
Hai stabilito il miglior tempo italiano di sempre, 22 ore e 5 minuti, migliorando di oltre 7 ore la sua prestazione dello scorso anno. Una dimostrazione di forza, disciplina e orgoglio. A chi la dedichi?
L’anno scorso ero sicuramente meno preparato rispetto a quest’anno, ma nelle gambe avevo un tempo più veloce di almeno 3 ore, purtroppo però un problema fisico mi ha danneggiato proprio all’inizio della gara. Ho anche pensato di fermarmi, ma non è da me, non l’ho mai fatto, ho preferito stringere i denti e finirla lo stesso, chiudendo comunque per il secondo anno consecutivo miglior italiano. Il tempo di quest’anno non l’ho ancora metabolizzato, l’ho scoperto solo una volta entrato in tenda medica, ovviamente me l’hanno dovuto ripetere più volte perché non ci credevo, era una cosa troppo grande per poterci credere. Per una volta faccio l’egoista, la dedico a me stesso. La vita non è fatta solo di lavoro e corsa, quest’anno ho dovuto affrontare tante piccole cose che avrebbero potuto turbare la mia concentrazione e nonostante alcune flessioni sono riuscito a rimanere focalizzato, spremendo ogni energia che il mio corpo è stato in grado di darmi.
Un tracciato, quello della Spartathlon, unico al mondo: si attraversa la pianura Attica, si costeggia il mare Egeo e si affronta la salita al Monte Partenio, con gli atleti che attraversano la Laconia fino a giungere ai piedi della statua di Leonida, re di Sparta. Cosa hai provato quando sei giunto al traguardo?
È stato un vortice di stanchezza ed euforia, ma devo ammettere che adesso ripensandoci, ero felice che la sofferenza potesse finire, soprattutto per quello che avevo provato fino a quel momento.
Facciamo un passo indietro. I numeri di Spartathlon sono eloquenti: 246 chilometri di corsa (circa 6 maratone consecutive), oltre 3.000 metri di dislivello positivo, 36 ore di tempo massimo di percorrenza, 75 cancelli orari che impongono un ritmo serrato, suddividendo il percorso a tappe. Perché hai scelto di partecipare a una gara cosi massacrante e selettiva?
Perché se la tua passione sono le ultramaratone, voler affrontare la più importante e storica è la normale conseguenza. Una volta finita, poi, ti lascia dentro un vuoto che ti porta subito a pensare di riprovare. È difficile da descrivere. Semplicemente è unica.
A volte non è sufficiente avere il fisico per simili imprese; prima di tutto bisogna avere la testa. Una testa capace di ascoltare il corpo, assecondarlo, ma anche governarlo.
Assolutamente sì, la testa fa più del 50% del lavoro. Può essere il tuo miglior amico come il più perfido nemico, e va allenata come il fisico. Ma aggiungerei che non è solo durante queste imprese che devi essere forte, devi esserlo ancora di più tutti i giorni, soprattutto quando la testa ti dice che ti devi svegliare alle 4 di mattina e fuori fa freddo ed è buio. Di andare a correre dopo una giornata dura di lavoro, quando tutto il quartiere finisce di cenare, e tu non hai ancora messo piede a casa. È dura ma si fa. Potrei fare mille di questi esempi, ma sono proprio queste piccole cose, che messe insieme, temprano la mente.
Per te la corsa è una filosofia di vita?
Sì, sicuramente. Definirlo sport sarebbe riduttivo. La maggior parte della mia vita ruota attorno alla mia passione. È un rapporto spirituale, il mio rifugio per affrontare la quotidianità.
Ora un po' di meritato riposo, prima di riprendere altri progetti di corsa. Il prossimo quale sarà?
Avrei un’ultima ciliegina da volermi regalare entro fino anno. Ora devo recuperare, prima di capire se sarò in grado di rimettermi in tempo per poterla affrontare. Per scaramanzia non dico niente e, indipendentemente da come andrà, sarò felice perché ho vissuto comunque un anno stupendo. Mentre per il prossimo ho tante idee, ma ben confuse.
Foto: Sparta Photography Club
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