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Laura Morato: lo sport è vita!

04 Agosto 2025 - 12:23

 

Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

Esiste una linea sottile che separa ciò che siamo da ciò che vorremmo essere. Spesso ci affanniamo nel tentativo di valicarla, proviamo a saltare di là, ma lei puntualmente si sposta e ci costringe a continuare la rincorsa. È capitato anche a Laura Morato, 30 anni, padovana del quartiere Arcella, un sorriso che ti colpisce subito e due occhi pieni di vita che finalmente hanno iniziato a brillare, dopo quel “maledetto” giorno di Natale del 2006, che le ha cambiato la vita per sempre. Laura, però, ha capito che l’unico modo per essere felici è strappare via quella linea e vivere ciò che siamo come un’occasione per migliorarsi.

Laura, ci racconta in breve la sua storia?
Purtroppo nel 2006 la mia vita è cambiata per sempre a causa di un incidente domestico, un banalissimo scontro fortuito contro lo stipite di una porta che mi ha creato gravi lesioni spinali. Da allora non ho più camminato. Sono sempre stata una sportiva da quando avevo cinque anni e ho iniziato a praticare la pallavolo. Quando mi è successo frequentavo la prima media, un ambiente nuovo e l'adolescenza alle porte. Terminato il decorso ospedaliero, i medici mi dissero che avrei recuperato la condizione al 100 per cento. Così però non è stato, e il mio stato psico fisico, ma soprattutto mentale, si è ulteriormente appesantito. La pallavolo mi piaceva sempre più, ma non potevo più giocare. Dalla panchina guardavo le mie compagne di squadra in campo e stavo male. Ho trascorso quattro anni pieni di rabbia, non riuscendo più a sorridere. Ricordo che quando mi feci male e le ragazze mi videro arrivare con la carrozzina, mi regalarono il pallone firmato.

Poi si è avvicinata gradualmente al Basket.
Ho iniziato a praticare il basket senza conoscere le regole e senza mai vedere una partita. Nel 2010, non sapevo dell’esistenza di uno sport paralimpico, anche perché in quegli anni non c’era la stessa visibilità mediatica di oggi. Poi, durante le medie, ho legato molto con due ragazze, Giulia e Francesca, che hanno insistito fin da subito affinchè iniziassi a praticare il basket. A me l'idea non piaceva, anche perché non riuscivo ad emergere da una situazione che mi faceva continuamente stare male. A metà anno della prima superiore, Francesca ci ha riprovato: “Ho una amica che insiste perché tu possa provare il basket. Perché non provi?”. Così, viste le continue insistenze da parte di Francesca, della mia fisioterapista e soprattutto di mia sorella, mi sono detta: “Ok, proviamo”. A settembre mio padre mi ha portato a Camposampiero, per fare la prova. Mi fanno salire su una strana carrozzina, con le ruote scampanate, che avevano un po' di basculamento avanti e indietro. Mi dicono di spingere, con i compagni che mi seguivano e inizio ad imparare le regole. Da quella prova sono ritornata a casa con il sorriso, dopo quattro anni, e ho iniziato a giocare per la Padova Millenium Basket. La società cercava ragazze per la nazionale femminile e a gennaio sono stata chiamata, perché c’era un progetto in crescita. Gli Europei non si svolgevano ancora e non c’erano grossi impegni agonistici. Terminate le superiori, mi sono trasferita a Roma per studiare Archeologia, dove ho conseguito la triennale. Ho sempre desiderato lavorare nella tutela del patrimonio culturale italiano, così immenso e forse ancora poco salvaguardato e collaborare nel combattere il traffico illegale. Ora mi mancano pochi esami per arrivare alla laurea magistrale, che prenderò a Torino.

Nella capitale iniziai a giocare in Serie A e l’allenatore della squadra allenava anche la nazionale femminile. Il primo anno a Roma ho giocato il doppio campionato, in Serie B e A. Il secondo anno ho fatto solo la Serie A, con il progetto di rimanere a studiare, vivere, lavorare e continuare a praticare sport. Cosa succede all’improvviso? La squadra fallisce, non ci sono più soldi e mi trovo costretta ad intraprendere un percorso diverso. A quel punto, mi sposto in Brianza e chiamo la Briantea 84 Cantù. Mi propongono di giocare e mi fanno entrare nel loro progetto per i successivi quattro anni.

Ma dentro Laura qualcosa cambia. Sente il bisogno di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi. Vuole le Paralimpiadi. A Roma si era approcciata al canottaggio paralimpico. Lo sport la porta a trasferirsi a Torino. Ma la schiena comincia a dare problemi e così nasce un’altra sfida: la corsa in carrozzina.
Quando mi ero trasferita a Roma a 19 anni, non avevo la macchina per spostarmi. C’era però il pulmino dell’Università che offriva il servizio. Poi, grazie alle borse di studio, sono riuscita a comprarmi la macchina. Sono rimasta nella capitale due anni e il secondo anno, durante una lezione allo IUSM, l'UNiversità degli Studi di Roma Foro Italico, sono stata avvicinata dal reclutatore della nazionale paralimpica di canottaggio, che mi aveva chiesto di andarlo a trovare. Era l’anno di Rio e mi sono detta: “Ok, proviamo”. Dopo il trasferimento in Brianza nel 2016 e tre anni pieni di soddisfazioni nel basket, nel 2018 ho quindi iniziato ad approcciarmi seriamente al canottaggio. Ero iscritta alla Canottieri Armida a Torino. Ma nella mia testa c’era sempre il basket perché il mio obiettivo era quello di salire più in alto possibile con la nazionale femminile e arrivare, un giorno, alle Paralimpiadi. I giorni in cui non mi allenavo a Cantù, prendevo la macchina e ritornavo a Torino per entrare in canoa. Poi con il covid tutto si fermò. A fine maggio decisi che era giunto il momento di concentrarmi solo sul canottaggio. I primi quattro mesi a Torino sono stati difficili, perché non avevo una casa, ma poi sono riuscita a trovare una sistemazione accessibile, anche qui grazie alla borsa di studio dell’Università. Anche la società mi dava un sostegno, ero in acqua e palestra dalla mattina alla sera, svolgendo doppi allenamenti. Alla sera tornavo a casa distrutta ma, dopo un anno di duro allenamento, ho battuto un’atleta italiana nella mia categoria e ho provato la regata di qualificazione per Tokyo, arrivando seconda. C’era solo un posto, ero la prima esclusa, ma nel caso avessero trovato un’atleta con la positività al covid, sarei stata la prima ad essere ripescata. Non è stato così purtroppo, ma ottenere un risultato così importante in un solo anno, faceva ben sperare. Ho deciso allora di provare ad allenarmi per le Olimpiadi di Parigi, ma iniziavo ad avere problemi alla schiena.

E qui fa capolino l'atletica...

Avevo avuto il primo contatto con l’atletica appena trasferita a Torino. Ricordo che correvo al Parco Valentino con la carrozzina da basket, perché c'era stata la piena del fiume e non ci si poteva allenare con la canoa sul Po, se non con i vincoli imposti dalla nazionale. Durante il mio allenamento, mi affianca un signore che si presenta: “Sono Manuele Lambiase e sono un allenatore di atletica". Qualcosa di speciale è scattato dentro di me, ma allora avevo preferito tenere questa possibilità per un secondo momento. Poi, quando ho deciso di lasciare la canoa, l'ho chiamato. Abbiamo provato a realizzare una carrozzina su misura per me con il contributo del Cip. Purtroppo fu un'opportunità che andò sprecata, perché si sbagliò completamente la carrozzina. Avessi ancora la disponibilità di quel contributo, forse avrei potuto avere una carrozzina più adeguata a me. La mia carrozzina attuale si adatta bene al bacino, ma sopra ha una scocca troppo larga, e blocca il braccio nella spinta rendendola meno efficace.

Per arrivare a Los Angeles deve costruire un percorso importante con uno staff all’altezza.
Ho deciso di ritornare a Padova perché a Camposampiero c’è Antonella Munaro, allenatrice di grande esperienza nella corsa in carrozzina, che potrebbe seguirmi, anche se assorbita da molteplici impegni. In alternativa ci sarebbe una brava allenatrice, ma chiede un contributo, che senza un adeguato sponsor non potrei pagare. La palestra me la pago io perché è un investimento che faccio su me stessa. Sono in contatto diretto con l’allenatore della nazionale per il settore delle carrozzine, che ogni tanto mi invia le schede degli allenamenti, o diversamente, mi raggiunge in pista e mi segue nella doppia sessione giornaliera. Allo stadio  Colbachini posso sempre contare sulla presenza di mio padre che viene in pista e mi segue con costanza e passione, oltre che a sostenermi e prendermi i tempi a ogni allenamento.

Le piacerebbe entrare nei gruppi militari?
Sarebbe bello, sì. Ancora oggi l’appartenenza a un gruppo sportivo statale rimane un sogno di mio e di molti giovani atleti che ambiscono a fare della loro attività sportiva una professione. Per gli sport più poveri in termini di risorse e di diffusione mediatica questa rimane anche una delle poche strade percorribili per raggiungere l’ambito status di professionista. Quest’anno pur allenandomi con una carrozzina non particolarmente adeguata e costruita su misura, e senza un allenatore che mi può seguire con una certa continuità, ho costruito qualcosa di importante, che mi fa ben sperare per il futuro.

Qual è la sua giornata tipo?
Mi alzo, faccio colazione, vado in pista alle 9. Il primo allenamento dura circa 1 ora e mezza; poi torno a casa, studio un po', mi preparo il pranzo e, poi, di nuovo sopra i libri fino alle 16; poi ritorno in pista. Alla sera si cena. Se non sono troppo stanca mi piace leggere. Sto ultimando la Trilogia di Nerone di Alberto Angela. Con mia sorella, quando non mi voglio dedicare alla lettura, guardiamo le serie Tv in lingua inglese.

Su gofund.me, ha lanciato una raccolta fondi per acquistare la nuova carrozzina e partecipare alle Paralimpiadai di Los Angeles. 
E' una raccolta ambiziosa: per una carrozzina giapponese servono circa 15 mila euro, cui bisogna aggiungere il viaggio in Giappone e le due settimane di soggiorno, il tempo necessario per la sua fabbricazione. Il massimo per me sarebbe però una carrozzina svizzera, interamente di carbonio, che costa però circa 47 mila euro. Si può donare in forma anonima o con il proprio nome. Sono aperta anche a sponsorizzazioni e a diffondere il nome delle aziende in campo internazionale.

Un sogno che vuoi condividere…cosa vuoi dire ai ragazzi che praticano lo sport paralimpico e a chi può aiutarli?
Uniamoci per rendere la corsa in carrozzina di nuovo un grande sport in Italia e avviare nuovi ragazzi verso una pratica sportiva avvincente e stimolante! Perché lo sport è VITA!  Mettiamoci ai blocchi di partenza e corriamo insieme verso il sogno delle Paralimpiadi di Los Angeles 2028! Ai vostri posti…pronti…via!

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