
"Il calcio del futuro. Intelligenza artificiale, algoritmi e sostenibilità"
Giovanni Pellecchia
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Il calcio nel futuro sarà sempre più condizionato dalle nuove tecnologie digitali, intelligenza artificiale, uso degli algoritmi.
E’ questo l’assunto centrale del libro “Il calcio del futuro. Intelligenza artificiale, algoritmi e sostenibilità” di Stefano Boldrini, 66enne giornalista romano laureato in Lingue e letterature straniere che, dopo gli inizi a “Paese Sera” (1988), nelle tappe di carriera vanta una lunga collaborazione con la “Gazzetta dello Sport” di cui, tra il 2011 ed il 2021, è stato corrispondente da Londra (si occupava di calcio ma ha seguito anche le Olimpiadi 2012 ed i Mondiali di atletica 2017). Ora vive in Portogallo e collabora con il “Fatto quotidiano”.
La lettura del libro uscito a maggio e pubblicato con Diarkos (18 euro) scorre via via agile: tra cronaca, analisi ed interviste a protagonisti, italiani e stranieri. Portando il lettore a scoprire quello che sarà... il calcio del futuro.
«Semplicemente, ho guardato al calcio oltre il rettangolo di gioco – spiega Stefano Boldrini, raggiunto telefonicamente – E’ frutto della mia esperienza di 11 anni in Inghilterra e quindi con la cultura anglosassone. Il libro si compone di due parti: la prima in cui, attraverso alcune testimonianze, ho raccontato gli ultimi 20 anni legati all’uso di quella che indichiamo genericamente come “intelligenza artificiale”; ed una seconda nella quale, invece, ho affrontato una tematica molto importante, specie in chiave futura, quale la “sostenibilità ambientale”. Tematica strettamente legata al mondo del calcio, si pensi al consumo delle bottigliette di plastica o alla mobilità delle squadre per gli spostamenti, nella quale l’Italia appare decisamente indietro: a parte alcune eccezioni come l’Udinese, vera eccellenza legata però alla cultura del territorio di quelle zone».
Soffermiamoci sulla prima parte del libro.
Il cambiamento descritto, pur tra resistenze e accelerazioni, appare in atto da qualche anno e si sta imponendo in modo sempre più marcato nei club di calcio: alcune grandi squadre inglesi, come ad esempio il Liverpool che quest’anno ha vinto la Premier League con dieci punti di vantaggio, hanno intrapreso da tempo questa strada (il responsabile dei reds è un’autentica “star”, conferma Boldrini). Che non è solo una loro prerogativa: ad es. pure il Fulham, da varie stagioni, cavalca l’onda di algoritmi ed Ai.
Statistiche, alta tecnologia e modelli matematici riescono ad essere di enorme aiuto.
«Il calcio, da questo punto di vista, coincide con la nostra vita di tutti i giorni. E l’atteggiamento verso il nuovo, anche in questo caso, vede gli apici tra chi lo abbraccia e chi lo rifiuta, spesso incondizionatamente in entrambi i casi. Mi riferivo alla cultura anglosassone: negli Stati Uniti, il calcio ci arriva dopo baseball (è del 2011 il film “Moneyball – L’arte di vincere” con protagonista Brad Pitt che racconta la storia della squadra Oakland Athletics ed il loro uso innovativo di un algoritmo per selezionare i giocatori, ndr), basket e football americano, che sono gli sport nazionali e da sempre si basano sui “numeri” e le statistiche. Ma negli ultimi trent’anni ha avviato questo processo: inevitabilmente arrivato anche da noi, attraverso le proprietà americane di alcuni club importanti, come Milan e Roma (non solo, ndr). Illuminanti, da questo punto di vista, alcune testimonianze raccolte: tra queste Adriano Bacconi, uno dei “pionieri” che affiancava già il Ct Sacchi nell’Italia ai Mondiali Usa ‘94; ma anche Antonio Gagliardi, match analyst a sua volta per dieci anni in Nazionale e poi nello staff di Chivu (che ora non seguirà dal Parma all’Inter), che non mi aveva nascosto la sua ambizione ad allenare; e soprattutto Giuseppe Marotta, numero uno del calcio italiano. L’impressione è che, se non la rivoluzione, si possano però fare davvero cose importanti».
Emblematiche le parole che Carlo Ancelotti, forse il miglior allenatore al mondo e primo tecnico straniero della nazionale verdeoro del Brasile, affida alla Prefazione del libro: «Per la prima volta avevamo a disposizione una raccolta dati dettagliata di due aspetti fondamentali della nostra attività: quello tecnico e quello fisico. Quell’esperienza fu un salto nel futuro: non era naturalmente chiaro dove ci avrebbe portato, ma io e il mio staff ci rendemmo subito conto che le statistiche avrebbero migliorato il nostro lavoro».
«Nel calcio, inutile girarci intorno, le statistiche sono molto importanti e non si possono più ignorare – conclude Stefano Boldrini -: la voce che interessa di più è l’expectation gol, la percentuale di realizzazione. Ma queste restano comunque “dati freddi”; mentre la “parte umana”, anche se non più da sola, resta insostituibile come mi spiegava Cesare Prandelli (l’ex Ct della Nazionale tornato in azzurro per gestire e coordinare il Settore tecnico, giovanile e scolastico, ndr): un calciatore può essere velocissimo, ma i suoi dati vengono confermati quando corre con la palla tra i piedi? E pensiamo anche alla scelta di Luis Enrique: quest’anno ha vinto tutto, a guida del PSG, sacrificando un autentico “top player” come Mbappè per un attacante “di sistema” quale Dembelè. Bisogna vedere, infatti, come un calciatore riesce da inserirsi in un contesto di squadra: il suo carattere e la reazione alle pressioni di un ambiente diverso».
Da romantici appassionati (di sport, prima che di calcio), continuiamo a pensare che nulla possa riprodurre l’intuizione, lo sguardo, le emozioni ed ancor più le sensazioni umane… La passione per il calcio non può, soprattutto non deve, essere sacrificata sull’altare della tecnologia e rivoluzione digitale. Da sempre, le "storie” nella Storia dello sport (e del calcio) sono e resteranno le protagoniste: in campo, come sugli spalti.
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