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Gloria, atleta paralimpica, si racconta a Che Sport

14 Luglio 2025 - 18:09
Giancarlo Noviello
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La storia di Gloria Lorenzetti, 35 anni, padovana di Perarolo di Vigonza e atleta paralimpica, ci racconta di come due discipline individuali, il tiro con l’arco e la scherma, siano riuscite ad entrate prepotentemente nella sua vita quotidiana e a cambiarla. Due sport che richiedono sforzi che possono essere prodotti da fisici diversi e con disabilità diverse, che stimolano chi li pratica a sfruttare al meglio le proprie caratteristiche, al di là di qualsiasi disabilità.

Tutto questo senza che si intacchi la competitività, anzi: il tiro con l’arco e la scherma sono due discipline sportive in cui gli atleti con disabilità possono gareggiare con quelli normodotati, come fa Gloria, e con prestazioni del tutto paragonabili. Una reale dimostrazione di come lo sport possa abbattere le barriere legate al concetto più ampio di diversità, dando forma e valore all’inclusività.

In questa ampia intervista Gloria Lorenzetti ha raccontato alla redazione di Chesport  l’amore e la passione che ci mette tutti i giorni nel vivere lo sport. 

Gloria, tu hai sempre avuto la passione per lo sport. Fin da bambina ti sei dedicata a diverse discipline: prima il nuoto, poi la ginnastica ritmica e infine la pallavolo. Durante l’emergenza pandemica, nel 2020, a seguito di un intervento chirurgico, hai riportato un’emiparesi destra. Ci spieghi cosa è accaduto?

Il 2020 è stato un anno rivoluzionario per me, tuttavia ma ci sono arrivata per gradi. Nel 2014, mentre frequentavo ancora l’università, mi fu diagnosticata una MAV (malformazione artero-venosa) a livello cerebrale. Una malattia molto comune, per dimensioni e “comportamento”, ma che nel mio caso si può considerare una malattia rara. La massa mi provocava crisi epilettiche e una progressiva perdita di forza della gamba destra.

I neurochirurghi hanno sempre preferito evitare interventi parziali o totali, proprio per gli alti rischi che un intervento poteva comportare. L’evoluzione della malattia ha quindi portato i medici nel 2020 a decidere di procedere con un intervento parziale nella speranza di bloccare, o quantomeno rallentare il decorso.
Posso dire, a tutti gli effetti, di essere entrata in sala operatoria sulle mie gambe e di esserne uscita affetta da un’emiparesi destra. La parte più colpita è l’arto inferiore: la mano è peggiorata successivamente e con il decorso anche parzialmente il braccio.

Dopo lunghi mesi di cure, hai ripreso a praticare sport. Hai iniziato con il basket in carrozzina, poi partecipando ad un campus multidisciplinare organizzato dal CIP Veneto, hai provato quasi per caso, tiro con l’arco e scherma. Da quel momento hai capito che potevano diventare una parte importante della tua vita sportiva.

Ho trascorso circa un anno tra ricovero ospedaliero e centro di riabilitazione, in tutto questo, si è messo di mezzo anche il covid, che ha contribuito ad allungare ulteriormente i tempi. Ritornata finalmente a casa, dopo un primo periodo di “assestamento”, ho sentito la necessità di riprendere in mano la mia vita iniziando a gettare le basi per una mia rivoluzione interiore, già iniziata durante il periodo riabilitativo, dando così il via alla mia “seconda vita”. Sono ripartita dallo sport che tanto mi faceva star bene. Così, senza dire niente a nessuno (mi avrebbero fermata per eccessivo amore e spirito di protezione), ho cercato per capire se nel mio territorio ci fosse una squadra di sitting volley, andando alla ricerca del mio vecchio amore: la pallavolo. Non trovando squadre nelle vicinanze, ho deciso di provare il basket in carrozzina. A casa ho comunicato la mia volontà solo a cose già fatte.
L'ho praticato per un anno e mezzo circa, è uno sport che mi ha dato molto e mi ha aiutato a ripartire.
Successivamente nel campus ho provato diverse altre discipline, ma il tiro con l’arco e la scherma mi hanno appassionata fin da subito, forse anche per merito dei maestri che me le  hanno presentate. All’inizio ero un po' perplessa, perché ho sempre amato gli sport di squadra, poi però sono stata rapita da questi due sport individuali. Non avevo idea se, e per quanto tempo avrei praticato queste discipline, ma non volevo togliermi la possibilità di “conoscerle” meglio. Ho deciso così di fare un avviamento per entrambi gli sport pensando che con il tempo sarei riuscita a chiarirmi le idee e sceglierne solo uno. Invece a distanza di anni sono ancora qui a praticare entrambi!
Sono due sport di per sé molto diversi, anche se si possono trovare delle analogie, come la necessità di avere una ferrea concentrazione. Ma l’incapacità di effettuare una scelta è dovuta al fatto che mi regalano emozioni e mi proiettano in mondi molto diversi, ma per me complementari e indispensabili.
La scherma, essendo uno sport più dinamico, mi permette di sfogarmi e, perché no, anche di “sfinirmi”. Ho sempre tratto grande soddisfazione nel far fatica, sia dal punto di vista fisico che anche nel lottare per ottenere quello che desideravo.
Tramite il tiro con l’arco invece, riesco a staccarmi completamente dal mondo e a liberarmi da tutti i pensieri, tirare mi permette di svuotare la testa, la mia attenzione è tutta presa nelle singole fasi da compiere per eseguire il tiro. Trovo sempre molto “poetica” l’analogia delle sensazioni che provo quando pratico il tiro con l’arco e quelle che provavo quando andavo a fare le mie adorate passeggiate in montagna.

Nel mondo del tiro con l’arco incontri Ezio Luvisetto che diventa il tuo tecnico e grazie a lui entri in contatto con Obiettivo 3, fondato da Alex Zanardi, dove un team di esperti ti ha messo nelle condizioni di praticare lo sport più adatto a te. Meglio, gli sport!

Infatti, ho deciso di provare entrambi gli sport e alla fine non ho voluto scegliere tra i due e li pratico insieme.

Ho iniziato con i corsi di avviamento alla scherma con la società “Padova Scherma”. Al momento della classificazione i medici e fisioterapisti mi hanno subito consigliato di tirare da mancina dati i problemi importanti agli arti destri. Ho seguito il loro consiglio e in questo modo le difficoltà fisiche sono state ben arginate. Nel tiro con l’arco, invece, la disabilità risulta più impattante e ha portato ad una scelta obbligata della tipologia di arco. Tra l’arco olimpico o ricurvo e l’arco compound io avrei preferito il primo, quello che rappresenta l’arco “classico”, ma a causa della mia emiparesi destra non ero in grado di gestire il tiro, così utilizzo l’arco compound. Gli interventi chirurgici che ho fatto sono solo operazioni parziali e, anche se lentamente, la malformazione continua a creare problemi, tanto che con il mio tecnico dell’epoca abbiamo dovuto apportare nel tempo varie modifiche per gestire il tiro. E sono proprio le  difficoltà dovute alla disabilità nella gestione del tiro che hanno spinto il mio tecnico a presentarmi Ezio Luvisetto, grande esperto in materia di para-archery. Attraverso questo percorso,un po’ articolato ho iniziato la ia vita agonistica nel mondo del para-archery, dove continuiamo a studiare nuove strategie per ovviare alle difficoltà fisiche. Per il tiro con l’arco sono iscritta alla società “Decumanus Maximus” di Borgoricco, ma almeno una volta a settimana mi reco a Conegliano per potermi allenare con Ezio.

Raccontaci delle gare. Come si gestiscono le competizioni in due discipline diverse?

I due sport sono strutturati in modo diverso per quanto riguarda le competizioni. Nella scherma ci sono un paio di gare all’anno a livello nazionale e a fine stagione ci sono i campionati italiani. Per il tiro con l’arco nelle gare non ci sono differenze tra “normo” e “para”, potenzialmente ci sono gare ogni settimana e gareggiamo con gli atleti normodotati. Inoltre, nell’arco dell’anno ci sono due gare dedicate solo ai para-archery, campionati italiani indoor e outdoor.

A livello di competizioni ho partecipato a tutte quelle di cui ho parlato, sia per la scherma che per il tiro con l’arco. Non indosso ancora la maglia azzurra ma il sogno è proprio questo e non smetterò di lavorare per raggiungere questo ambizioso obiettivo.

Quali sono state per te esperienze più importanti della tua carriera agonistica?

Il mio allenatore mi insegna che “in gara si allena la gara”. Da ogni gara, se la si legge in profondità, si traggono insegnamenti importanti. Questo mi è capitato sia nella scherma che nel tiro con l’arco.

Se devo pensare in assoluto agli appuntamenti che mi hanno dato più soddisfazione, nella scherma è stata quest’anno la mia prima partecipazione ai campionati italiani, tenutisi a Siena, e aver conquistato un bellissimo bronzo nella sciabola per la mia categoria.

Per quanto riguarda il tiro con l’arco, penso al campionato regionale indoor, dove ho ottenuto il secondo posto nella mia prima esperienza di gara a squadra, dove io ero l'unica componente disabile.

Dai campionati a Rovereto nonostante una brutta gara di qualifica, sono tornata a casa con la consapevolezza di aver gestito bene gli scontri, superando gli ottavi. Sono uscita ai quarti contro la ragazza che poi si è guadagnata il titolo di campionessa d’Italia. E' stata una gara di testa e cuore perché come si diceva prima nello sport i risultati arrivano tramite un percorso più o meno difficoltoso e so di aver portato a casa quanto potevo. Tanto Ezio come il CT compound della nazionale para-archery mi avevano invitata a partecipare a questa gara, ma con lo spirito di divertirmi e se possibile trarre quanti più insegnamenti da un’esperienza così importante, e così è stato.

Parlaci del progetto Obiettivo 3 fondato da Alex Zanardi. Una realtà che ha dato voce, strumenti e visibilità a tanti atleti con disabilità.
Sono entrata nel team di Obiettivo 3 grazie a Ezio e così oltre ad essere affiancata da lui dal punto di vista tecnico, ho conosciuto tante altre figure che ho scoperto esser indispensabili per “costruire” l’atleta, come il nutrizionista e il mentalcoach. Ci vengono offerti anche incontri sulla preparazione atletica o il “public speech". Io mi considero ancora una new-entry in questo team, ma le esperienze che ho vissuto con i campus, oltre alle occasioni al di fuori, mi hanno fatto sentire parte di un gruppo che potrei anche definire una grande famiglia. La bellezza dei campus è che al di là dell’occasione di lavorare con tecnici altamente specializzati abbiamo l’opportunità di vivere e conoscere tanti ragazzi, tante storie in uno spirito di convivialità e divertimento. Si creano amicizie e legami che vanno al di là degli incontri o delle singole discipline. Non solo. Quando ho avuto bisogno di qualche aiuto e sostegno da parte di Obiettivo3, questo non è mai mancato, da tutti i punti di vista soprattutto a livello umano. Ho ricevuto davvero molto, ben oltre a quanto potevo immaginare prima di conoscere questa realtà.

Quanto tempo dedichi all’allenamento?
Potrei dire pressoché tutto il tempo che ho a disposizione. In realtà dipende molto dalla stagione agonistica. Nella scherma il periodo in cui vengono fatti gli allenamenti va da settembre a maggio e tendenzialmente si termina con i campionati italiani. Mediamente direi che mi alleno in questa disciplina circa 6 ore alla settimana.
Il tiro con l’arco invece “non va mai in vacanza”, si pratica tutto l’anno: nella bella stagione si tira in esterno alle lunghe distanze, in inverno invece si pratica in palestra alla distanza di 18 metri. Nel periodo invernale, dipendendo dagli orari della palestra, mi alleno circa 10 ore a settimana aggiungendo degli allenamenti a casa a brevi distanze per raffinare la tecnica. Durante la bella stagione, complice il fatto che il campo non chiude e non avendo gli allenamenti di scherma, mi alleno anche 4/5 volte a settimana per 4 ore a seduta circa. A questo aggiungo, quando riesco a ritagliare del tempo, allenamenti mirati alla preparazione atletica che possono essermi utili per entrambe le discipline, che svolgo a casa.

Veniamo alla tua vita oltre lo sport. Di cosa ti occcupi?

Ho una laurea magistrale in Matematica e durante gli studi ho intrapreso il percorso applicativo, facendo la tesi finale con l’Aprilia Racing. L’ambito che ho sviluppato maggiormente è quello legato all’analisi dei dati e l’informatica. Dopo la laurea, ho lavorato in una spin-off dell’università, nel settore dell’analisi dei dati.
Ad oggi sono circa due anni che lavoro presso l’azienda “Zucchetti”, con il ruolo di tester: testo il software prima dei nuovi rilasci, per trovare malfunzionamenti o problematiche prima che venga fatto l’aggiornamento dai clienti.

Nel poco tempo libero che hai a disposizione, quali sono i tuoi passatempi?

Effettivamente il tempo libero è poco, ma questo non è di certo un peso. Ho imparato che nella vita voglio occupare ogni istante con ciò che mi rende felice e mi fa star bene, e così sto facendo. Ad ogni modo quando non pratico sport, conduco una vita che definirei normale, esco con gli amici, vado al cinema, mi piace leggere. Nella bella stagione cerco di passare più tempo possibile fuori all’aria aperta, amo molto la natura, quindi quando posso vado sui Colli, trascorro giornate al mare o al lago. Seguendo la mia nuova filosofia di vita, cerco di cogliere tutte le occasioni e opportunità che mi capitano, per cui se mi invitano ad un evento, a uscire o a fare qualche attività, se sono libera mi ci butto. Un esempio? Appena sarà possibile andrò a provare il parapendio e il wakeboard.

Mentre ti preparavi ai campionati nazionali di luglio a Rovereto, è accaduto un brutto episodio che ti ha rimbalzato sulle cronache dei giornali. La tua auto, presa di mira dai ladri, è stata oggetto di ingenti danni..

Purtroppo nella notte tra 1 e 2 giugno, la mia auto, parcheggiata davanti casa, è stata presa di mira dai ladri. Hanno portato via tutto l’apparato elettronico compresa la leva del cambio automatico, che per me non è un optional, ma un ausilio stabilito dalla commissione medica. Devo ammettere che il fatto mi ha scosso molto, la patente l’avevo ottenuta solo da tre settimane, dopo un anno che ci stavo lavorando e più di 10 anni che non guidavo. Quel che più mi ha fatto male, è aver assaporato l’autonomia, la libertà dopo tanto tempo, finalmente non dover più chiedere a nessuno e trovarmi di colpo a piedi un’altra volta.
Purtroppo l'auto non è riparabile, per questo ne ho cercato una usata su cui poi farò installare nuovamente gli ausili. Tuttavia come ho sempre fatto cerco di trovare il buono in ogni situazione, e in questa circostanza mi sono commossa per la solidarietà e la vicinanza da parte di tantissime persone, che hanno voluto contribuire per permettermi di affrontare l'ingente spesa. Non mi sarei mai attesa una risposta del genere, è davvero bello riscoprire che nelle nostre comunità è ancora presente tanta generosità e bontà.

Che ruolo possono avere le scuole nella diffusione della cultura sportiva e in particolare di quella paralimpica?

Personalmente ritengo che le scuole abbiano un ruolo fondamentale sotto questo punto di vista: il valore dello sport dovrebbe esser presentato fin dalle scuole primarie, e non sto parlando di classifiche o delle due ore di educazione fisica. Voglio dire che è importante far conoscere ad ampio spettro quelle che sono le discipline sportive e stimolarne la pratica, ma anche trasmettere la cultura sportiva, i valori dello sport. Praticare uno sport vuol dire saper fare sacrifici, accettare di faticare e impegnarsi per un obiettivo, rispettare l’avversario sempre. Far sport ti insegna prima a perdere che a vincere, una lezione di vita che ritengo di valore inestimabile e che ha delle ricadute nella vita di tutti i giorni. Questi, penso, siano valori importantissimi, indipendentemente dal tipo di sport o da chi lo pratica.
Da sportiva, credo che per un disabile fare sport sia più complicato. Ma sono convinta che l’atleta paralimpico abbia una marcia in più perché la possibilità di praticare sport per un normo o un para non è la stessa, le difficoltà e barriere da superare sono molto maggiori. Ed ecco perché arlare di sport paralimpico nelle scuole è utile: da un lato insegna l’inclusione, ad evitare le discriminazioni e a conoscere meglio il mondo della disabilità, dall’altro può aiutare quei ragazzi che sono portatori di disabilità a non “chiudersi in casa” ma a rendere più ricca la loro vita grazie allo sport.

Possiamo dire che il tiro con l’arco è lo sport più inclusivo che esista?

E' difficile esprimere un giudizio rispetto alla totalità degli sport paralimpici. Ci sono molti sport in cui non ci sono differenze tra para e normo perché le regole sono le stesse, come per il basket in carrozzina,  altri in cui la differenza proprio non esiste e si può gareggiare indifferentemente tra normodotati o tra atelti paralimpici. Il tiro con l’arco è uno di questi. Un esempio? Paola Fantato, una leggenda, che nel 1996 ha partecipato ad Atlanta sia alle paralimpiadi che alle olimpiadi. 

C’è stato un atleta in particolare che è stato di ispirazione per te?

Ad esser sincera ho sempre preferito praticare sport che “star ferma” a guardare, non direi che ho un modello specifico. Però mi piace molto e nutro grande ammirazione per Gianmarco Tamberi. Trovo in lui un bellissimo esempio di  quella che considero la vera essenza dello sport.

Qual è l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso lo sport?

Dallo sport traggo insegnamenti tutti i giorni! Tra i due sport che pratico, considerata la disabilità con cui convivo la scherma mi rende la vita “più semplice”. Penso però che mettersi in gioco in condizioni più difficili e scomode permette di crescere di più e per questo nel tiro con l’arco sto raccogliendo maggiori insegnamenti, come la “resilienza”, la forza di non mollare mai, accettare di cadere rialzarsi e ripartire, perché a tutti gli effetti non si nasce campioni ma è il percorso che fai per diventarlo che fa la differenza. Questa disciplina mi sta insegnando a trovare la bellezza nelle difficoltà e grazie ad Ezio sto imparando a vivere la mia disabilità non come una mancanza, un deficit ma piuttosto come una mia caratteristica che mi rende unica.

Quale è la tua carta vincente?

Direi la mia testardaggine. Quando mi metto in testa una cosa finché non la ottengo non mollo. Se dovessi descrivermi con tre aggettivi direi: caparbia, curiosa ed estremamente razionale.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? 

Il futuro come tale non è prevedibile, quello che è certo è l’oggi, il “qui e ora”. Non mi è possibile fare previsioni, ma ho sogni e obiettivi, senza questi non credo sia possibile lavorare con dedizione e senza sosta. Al momento il mio sogno è quello di indossare la maglia azzurra. Come mi insegnano le mie guide, è importante prefissarsi obiettivi ambiziosi ma raggiungibili. Quando ce l'avrò fatta, sicuramente alzerò ancora l’asticella.

Ti piacerebbe allenare un giorno?

Non ci ho mai pensato, mi è stato chiesto di recente per quanto riguarda la scherma, ma finora non me la sono sentita. Mi sento, e lo sono ancora, una “novellina”, per pensare di essere in grado di allenare. Ad oggi piuttosto sento come vocazione quella di diffondere e trasmettere i valori dello sport in particolare per i più piccoli, di far passare il messaggio che non deve essere una disabilità o una malattia a fermarci e a precluderci la possibilità di avere grandi sogni e ambizioni.


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