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Quando un passato da sportivo aiuta a crescere nel mondo del lavoro

23 Aprile 2025 - 17:13
Giuliana Valerio
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Giuliana Valerio

“Abbiamo aperto nel 2018, e in pochi anni siamo passati dall’essere una start up innovativa a un’impresa solida. Non è stato facile: eravamo solo in due, pieni di entusiasmo, ma pochi mesi dopo è arrivato il Covid. Ma abbiamo tenuto duro. Ora abbiamo clienti importanti, 12 dipendenti e da ottobre è entrato nella compagine societaria un grande gruppo di Verona. Abbiamo reinvestito in azienda il ricavato dalla vendita al nuovo socio di parte delle nostre quote societarie e acquistato da lui un ramo d’azienda che era fermo da anni. Insomma, la nostra attività continua a crescere e si sviluppa ora in tutto il Nord Italia”.
Queste le parole di Luca Potti, padovano, cofondatore e CEO della Rain Tonic srl, con un presente di manager di una realtà e di un team che lui definisce ‘frizzante’ e un passato da tennista professionista e da maestro.

Come è nato il tuo amore per il tennis?
Ho iniziato a giocare intorno ai 10-12 anni. Tardi secondo gli standard attuali, visto che ora si inizia già a 5 o 6 anni. Vedevo mio padre e mio fratello – che a 12-14 anni era tra i primi in Italia – sul campo da tennis e così ho preso in mano anch'io la racchetta. Inizialmente giocavo poco, poi ho iniziato ad appassionarmi e verso i 15 anni ho cominciato a vincere tornei regionali, anche in serie C.

Sono arrivato in semifinale nei Campionati italiani e sono passato alla serie B. Ho anche giocato Coppe a squadre in A2 con la Canottieri Padova e il Tennis Club Padova. Quindi ho disputato Open a livello nazionale e anche qualche torneo internazionale. Presto, però, ho capito che non era la mia strada.

Intorno ai 19 anni ho iniziato a fare il Maestro, continuando comunque a giocare e ad allenarmi. La passione è rimasta e tuttora continuo a divertirmi con questo sport, che per me è il più bello che esista.
Intanto stavo curando la mia formazione seguendo corsi di programmazione. Quindi i percorsi in azienda, dove ho imparato molto, soprattutto sulla gestione e sui rapporti con le persone, sia interne che esterne. A 23 anni ho iniziato a lavorare, e ho aperto la mia azienda.

Cosa si eredita da un passato sportivo?
L’idea dell’importanza di lavorare in team, innanzitutto. Avere un gruppo intorno che lavora al meglio e che ti supporta è fondamentale. Appoggiarsi agli altri, confrontarsi, saper delegare e fidarsi, ma anche trovare il ruolo più adatto per ciascuno, anche se a volte può sembrare poco attinente al suo percorso. Tutto questo l’ho imparato dal tennis.
Quando giochi a tennis – anche se è uno sport individuale – si crea un gruppo di giocatori, soprattutto quando si disputano tornei a squadre o si gioca il doppio, e il tuo gioco viene messo a servizio degli altri. Non solo. Non si percorre la vita sportiva da soli, c’è sempre un team alle spalle, che ti accompagna ogni giorno, ti supporta e ti sopporta e ti aiuta a superare qualsiasi ostacolo. Certo, sei in campo da solo, ma le decisioni che tu prendi sono il frutto delle informazioni e degli insegnamenti condivisi con il tuo team.

Insomma, non si gioca mai da soli
Quando giocavo, sapevo di essere solo in campo e che ero io a dover decidere. Ma quelle decisioni nascevano da un complesso di competenze tecniche e emotive costruito nel tempo col mio team, così come avviene nel lavoro, dove è necessario lo studio con i colleghi, il confronto continuo. Nello sport e nella professione il lavoro di squadra ‘fuori dal campo’ ti aiuta a essere pronto quando sei da solo e devi prendere delle decisioni e a prenderti sempre le tue responsabilità. Anche in questo, credo che gli sport individuali siano molto formativi. Nello sport di squadra puoi, in certi momenti, tirarti indietro, condividere le responsabilità con i componenti della tua squadra. Nel tennis no.

In questo senso, credi che la decisione di permettere al coach di ‘stare in campo’ durante le partite, sia giusta?
Certo. Avere il coach in campo è fondamentale. È quasi un membro della tua famiglia, ti conosce perfettamente, non solo dal punto di vista del tuo bagaglio tecnico. Ti aiuta a concentrarti, a ritrovare la calma, a caricarti nei momenti difficili. Non solo. È una persona esterna di cui ti fidi, che vede la partita da fuori e ti può consigliare tecnicamente. Insomma, dà una continuità a quello che si fa insieme fuori dal campo.

Non a caso, oggi quando un tennista vince una partita o un torneo, ringrazia il suo team, lo abbraccia, e lo cerca sempre con lo sguardo durante il gioco.
Nel tempo il ruolo del team è cresciuto moltissimo e chi vi lavora copre funzioni sempre più specializzate, esattamente come deve accadere nei luoghi di lavoro. Allo stesso modo, si stanno smarcando anche figure delle quali un tempo non veniva riconosciuta la giusta importanza, penso allo psicologo, al nutrizionista, al mental coach. Questo a dimostrazione che il benessere, fisico e mentale, la capacità di affrontare lo stress in modo positivo senza farsene travolgere e, perché no, di divertirsi in quello che si fa è fondamentale. In tutti gli ambiti della vita.

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