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"Pochissimi ragazzi diventeranno calciatori professionisti, tutti diventeranno uomini"

25 Marzo 2025 - 15:38
Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

Di Pier Paolo Rossi, 58 anni, allenatore del Valsugana che milita in seconda categoria, girone I, con un passato importante nelle giovanili del Calcio Padova, dove è arrivato a giocare fino alla Primavera, colpiscono il suo modo di concepire il calcio, le sue idee inclusive e la passione che mette in tutto quello che fa.

Ha una lunga storia di atleta alle spalle, ma la sua vita ora sono i giovani che vivono nel mondo del calcio e che segue con entusiasmo nella sua doppia funzione di allenatore e formatore. Nella convinzione che “per crescere e migliorare, ogni allenatore deve avere la stessa curiosità di un bambino”.

Mister Rossi, riavvolgiamo il nastro. Cosa ha rappresentato per lei il calcio e come è entrato in questo mondo?

Il calcio ha rappresentato tanto nella mia vita, perché oltre ad essere una grandissima passione, trasmessami dal papà Gaetano, è uno sport che ho sempre affrontato con divertimento. Mi hanno dato in mano una palla e, come tanti ragazzi adolescenti, ho iniziato a giocare.
Se devo trovare una grande differenza rispetto alla nostra generazione, dico che, secondo me, oggi i ragazzi che intraprendono questo meraviglioso sport di squadra, sono troppo sotto pressione, e la colpa in massima parte ricade sui genitori. Era molto meglio prima, ai nostri tempi.

Veniamo allora ai suoi tempi

Ho iniziato a giocare nel ‘78 a 12 anni, con il Sacro Cuore nella categoria esordienti. L’anno successivo, nell’estate del ’79, mi notò Vittorio Scantamburlo, a Gallio; mi chiamò durante una partita, chiedendomi il nome, dove abitavo e il numero di casa. Da quel momento, con mio padre che mi seguiva con ammirevole costanza, iniziai a svolgere un allenamento a settimana con il Padova, forse con la categoria Giovanissimi, facendo, poi, tutta la trafila nel settore giovanile. Giocai due anni con i Giovanissimi, un anno con gli Allievi dove indossai anche la fascia di capitano e un anno con la Primavera.

L’ultimo anno, è stato per me particolarmente difficile, perché mi allenavo quattro volte a settimana con la Primavera, con l’impegno della scuola che incombeva. Ricordo che quasi sempre venivo inserito nei secondi tempi nella partita del sabato oltre poi giocare alla domenica mattina con gli Allievi, perchè anagraficamente mi trovavo ancora dentro a quella categoria.

Una situazione alquanto complessa, che incrinò il rapporto con l’allenatore che puntava inizialmente molto sulle mie potenzialità, ma che evidentemente anche per colpe non mie avevo in parte non rispettato. Un problema che mi trascinai per l’intero anno. Alla fine, probabilmente con la testa da diciottenne, chiesi al Calcio Padova se mi potessero trasferire in un’altra società, dal momento che avevo sempre mantenuto un lodevole comportamento in campo. Loro, al tempo, mi avrebbero aggregato ad una Interregionale, l’attuale Serie D, invece espressi il desiderio di giocare con gli amici, in seconda categoria al Sacro Cuore. Si trattava sicuramente di una occasione persa, anche se riuscìì a rendermi protagonista nel mio quartiere, iniziando da subito ad allenare e giocare, affiancando mio padre nella gestione societaria.

Presi il patentino da allenatore nel ’96, due anni prima che morisse mio padre, un traguardo che lo rese sicuramente felice. Poi, dopo le dimissioni di mio padre e la chiusura della società, andai a giocare a Pionca, un’esperienza stimolante con compagni di squadra davvero forti, come i fratelli Meneghello, Nicola Pagini e i bomber Minto e Michieli, tanto per citare quelli più rappresentativi.

Poi, inevitabilmente dentro di me, è ritornata la malinconia, perché mi sembrava impossibile che al Sacro Cuore nessuno potesse creare un qualcosa di importante. Così sono riuscito a far ripartire la società dalla Terza Categoria con l’aiuto determinante di mio fratello Corrado, suonando il campanello di casa a molti ragazzi che conoscevo e facendoli ritornare in campo con grande entusiasmo. Iniziò l’immediata risalita in Seconda Categoria dove poi siamo rimasti.

Poi l'avventura da allenatore

Nel ’98 dopo la scomparsa di mio padre, nacque l’attuale Polisportiva Valsugana, dalla fusione tra Altichiero e Sacro Cuore. Oggi si chiama Valsugana Calcio.

Da allenatore della prima squadra ho fatto i primi cinque anni in Valsugana, sempre con i miei ex compagni compreso mio fratello Corrado che giocava ancora, arrivando ai play off per salire in Prima Categoria, senza arrivare però alla Promozione. La gioia della paternità con l’arrivo di due gemelli mi suggerì di fermarmi per un po', ma dopo qualche mese ripresi ad allenare tra Prima e Seconda Categoria, rimediando anche tre esoneri.

Quindi,  il settore giovanile, una strada che riesce a percorrere con entusiasmo e curiosità
Il rapporto che si instaura con i ragazzi, dal punto vista umano, è qualcosa di incredibile, perché giocano un calcio pulito e sano, e con valori che esulano dalle vittorie o dai trofei.
Ho avuto qualche problema con i ragazzi di 14 e 15 anni, a livello comportamentale e comunicativo. Anch’io, a volte, mi sono reso conto di avere sbagliato, anche se ho sempre cercato di focalizzare l’attenzione sulla necessità di “osservare” la sofferenza del singolo giocatore. Spendere, ad esempio, una parola per coloro che hanno giocando meno, oppure cercare di migliorare il carattere di alcuni ragazzi considerati più indisciplinati. Azioni che preferisco condurre con un colloquio a livello individuale, e non di squadra.

Non solo allenatore dunque...

I ragazzi stanno perdendo i valori dello sport, e le colpe sono da attribuirsi un po’ a tutti i livelli: dagli stessi ragazzi, sino ad arrivare ai genitori. Sono convinto che sia molto più importante parlare con loro di etica e di rispetto, piuttosto che di calcio giocato, di tattica e di tecnica. Diciamo che l’etica ed il rispetto devono essere considerate come delle porte che ti aprono tutto il resto. Il calcio deve partire da questi valori, e quindi noi “allenatori-formatori” non abbiamo solo il dovere di insegnare il gesto tecnico o comunque i fondamentali, o i principi di gioco, ma il dovere morale di educare allo sport ed al rispetto delle regole, a tutti i livelli, perché fondamentali in un contesto sociale.

Bisogna pensare che pochissimi ragazzi che giocano a calcio diventeranno calciatori professionisti, mentre tutti loro diventeranno uomini.

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