
Il libro di Nicola Scotton "Da Zero a Cento", runner, ultramaratoneta e scrittore
Giancarlo Noviello
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Scrivere e correre. Due attività così lontane e così vicine: la prima da svolgersi seduti e a spalle chine, la seconda petto in fuori e gambe a mulinare. Ci vuole talento per riempire la pagina bianca e per macinare strada, ma soprattutto ci vogliono disciplina, allenamento, senso tattico, umiltà e conoscenza delle proprie qualità e dei propri limiti.
Il 26 aprile 2009 Nicola Scotton, 30 anni di Montagnana, che nella vita di tutti i giorni fa l’impiegato, si ritrova sulla linea di partenza della sua prima maratona. L’esordiente, tra alti e bassi, ha impiegato due anni a prepararla insieme all’amico Lazzaro sullo sfondo di una Padova in gran fermento podistico. L’inizio è piuttosto goliardico, più simile ad una scommessa che all’inseguimento di un obiettivo sportivo, per cui vige la regola del “fai da te”. Il passaggio dalla vita notturna a quella diurna mette fin da subito a dura prova il protagonista imponendogli un netto cambiamento dello stile di vita.
Comincia così per Nicola una passione che, negli anni successivi, lo segue in giro per i suoi spostamenti, entro e fuori confine, portandolo a misurarsi, con fortune alterne, contro compagni diversi e sempre più agguerriti. Il confronto raramente riesce ad appagarlo e, forse, per questo continua ad alzare l’asticella scegliendo prove ancor più ardue. Cerca il punto di rottura, quello oltre il quale pochi rimangono a bordo. Aumentando chilometri e dislivello approda così al mondo del trail e, quindi, dell’endurance, per il quale sente una naturale predisposizione. Avventure accostabili a dei viaggi, soprattutto interiori, nei quali la scoperta è dietro la prossima curva.
Dunque, il 28 giugno 2019 parte da Cortina d’Ampezzo alla conquista delle Dolomiti, lungo un percorso di 120Km 5800m+, e vi ritorna in meno di 21 ore portando a termine la gara della vita. Un’esperienza decisiva che lo cambia per sempre donandogli una nuova coscienza di sé, aderente alla figura di antieroe. Colui che è stato per qualche tempo sul punto di spiccare il volo e poi si accorge che, semmai quel momento ci sia stato, è già passato. Una storia come ce ne sono tante tra la massa, mai raccontate perché fuori dal podio. Tuttavia, è proprio questa constatazione a consentirgli di raggiungere la completa emancipazione come runner e, infine, come uomo.
Nicola, “Da Zero a Cento”, è la sua prima fatica letteraria. Nella corsa ha trovato una forma privata di raccoglimento, il metronomo che scandisce il ritmo della sua quotidianità. Perché questo libro?
Mi è sempre piaciuto scrivere e questo manoscritto rappresenta il punto d’arrivo di un percorso fatto di diari, poesie e racconti. Da tempo coltivavo l’idea di scrivere un libro e, in alcune occasioni, ho pure cominciato, ma non sono riuscito ad andare fino in fondo. Mancava un tema con cui trasmettere qualcosa di me. Poi, al termine della mia prima LUT (2019), il libro è nato quasi da sé. Ho trascorso tutta la notte seguente a scrivere sul Notes dello smartphone la mia avventura. Al mattino mi ritrovai tra le mani un racconto molto lungo, l’equivalente di una ventina di pagine A4. A quel punto pensai che sul tema della corsa avrei potuto narrare una storia in cui chiunque avrebbe potuto identificarsi. Dunque, l’idea del libro nacque così. Il pezzo scritto quella notte rappresenta ora il capitolo conclusivo del libro e credo che in quelle pagine traspaia la freschezza delle sensazioni.
In questo suo progetto editoriale esplora e racconta con le parole le ragioni più sottili che per anni hanno alimentato la sua più grande passione: la corsa in montagna. Ci spiega qualche impresa importante che ha compiuto?
Nel mio racconto si trovano già alcuni primi tentativi d’impresa, un seme che è germogliato dopo la LUT 2019. Lì ho capito di poter fare cose fuori dall’ordinario. Ho cominciato negli anni della pandemia col correre i percorsi delle gare annullate, poi ho iniziato a ideare avventure tutte mie. Ne cito una, chiamata poi “Borgo-Trento”. Un gioco di parole per battezzare una corsa dal quartiere Borgo Trento di Verona a Trento (98 Km 2000 m+). Il dislivello non era necessario, ma mi sembrava banale arrivarci percorrendo tutta la ciclabile della Val d’Adige, evitando così i bei monti che stanno intorno. Per questo ho disegnato un tracciato che passava per Passo Fittanze in Lessinia. Ci ho impiegato più del previsto (13 ore) a causa di qualche contrattempo ma l’ho completata.

Facciamo un passo indietro. Il 26 aprile è iniziata la sua prima esperienza di corsa con la maratona di Padova che racconta nel suo libro. Come andò quell’inizio?
A volte penso che quella maratona sia stata molto più faticosa di alcune ultra degli anni a seguire. Non ero pronto, non avevo seguito nessuna preparazione specifica e non avevo alcuna nozione di alimentazione. Era solo una sfida tra me e un amico che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece ha dato il via a qualcosa di più grande.
Cosa rappresenta per lei oggi la corsa, vista con l’occhio di un amatore che divide gli allenamenti, tra lavoro, casa e famiglia?
Chiedo il massimo a me stesso in tutto quel che faccio ed è ovvio che questo comporti frustrazioni quando non mi riesca. Ecco, la corsa è una sorta di sfogo contro l’imperfezione. Nel praticarla riesco ritrovare il centro e, in definitiva, la mia essenza più profonda. Nella corsa “ci sono”.
Nel suo libro racconta di gare e fatiche guardando, dopo il traguardo, uomini e donne stravolti dalla fatica, attraverso degli aneddoti della sua vita sportiva, di maratoneta e ultramaratoneta.
Ognuno di noi, non professionista, corre per le ragioni più disparate. Tuttavia, nell’esaurimento fisico sembriamo tutti ricercare il segno d’aver superato un limite e, così, d’essere in qualche modo diventati una persona migliore. Una sorta di catarsi.
Quale è stata la gara che le ha regalato più emozioni?
La mia prima LUT è stata la gara più romantica, quella dove sogno e realtà si sono intrecciati lungo tutto il cammino. Ci avevo fantasticato tanto e anche sulla linea di partenza non mi pareva vero d’esserci. Ho cominciato a realizzarlo dopo 7 ore, quando ho avvertito i primi sintomi d’affaticamento. Poi tutta la corsa è stata una scoperta, in particolare di me stesso. Mi sono sorpreso nel constatare come affrontavo via via le varie vicissitudini della gara.
Qual è la sua distanza ideale di corsa?
Direi 100-120 Km, tuttavia non sono mai andato oltre per cui vorrei testarmi sui 170 per capire se su quella distanza io possa dire la mia. Alla distanza ricordiamo di accostare sempre il dislivello. Farei “fatica” a correre quelle distanze senza un po’ di dislivello. La salita ci serve per ricordare che la corsa non è solo terra, ma è fatta anche di cielo.
Il suo approccio alla corsa è stato più emotivo, della serie “corro con il cuore e vada come vada” o sin da subito scientifico con tabelle, calcolo dei tempi etc?
Un misto tra le due. Voglio arrivare sulla linea di partenza preparato per fare bene, se però poi le cose si mettono male devo essere nelle condizioni di poterla chiudere. Odio non finire ciò che ho cominciato.
La corsa che ruolo ha nella sua vita quotidiana?
Mi dà coraggio per affrontare la giornata, fiducia nel futuro e aumenta la voglia di fare gruppo. Una cosa che sembra strana visto che si tratta di uno sport individuale. Eppure, condividere la fatica crea un legame fortissimo tra i runner. Non ricordo neanche quante persone ho incontrato lungo i sentieri. Con alcuni ogni tanto mi sento ancora.
A quando il prossimo libro?
Vorrei poter scrivere il sequel e, a dire il vero, lo sto già facendo. Tuttavia, proverò la pubblicazione solo se avrò la percezione d’aver avuto successo con quello attuale. Per successo intendo l’esser riuscito a destare o risvegliare qualcosa nei lettori. Proprio per questo vi prego di inviarmi quanti più feedback potete. Ne farò tesoro.
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