La nuova vita di Serena Banzato, oggi atleta paralimpica

06 Febbraio 2022 - 12:53
Giancarlo Noviello
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Giancarlo Noviello

"Allacciarsi le scarpe e ripartire da zero".  

Inizia con queste parole cariche di emotività e speranza, la storia di Serena Banzato, 37 anni, mamma di un bambino di sei anni,  psicologa clinica e di comunità, psicologa dello sport e psicoterapeuta in formazione, educatrice nido da dieci anni e paratleta iscritta all’Assindustria sport Padova tramite la FISPES (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali) e al gruppo Woman ParaTriatlhon. 

Fino all’agosto 2018, Serena non ero una ragazza invalida, ma una maratoneta normodotata e piena di energia, che aveva costruito nel corso della sua “carriera” podistica non solo un “bouquet” di esperienze sportive importanti, ma anche risultati apprezzabili nella corsa, come ad esempio il terzo posto sul podio femminile nella Maratona di Primiero. Oltre alla corsa, Serena si è contraddistinta  sempre con risultati di rilievo nel Judo,  praticando inoltre  la bicicletta,  il nuoto e sport di gruppo come  il calcio. 

Ma nell’agosto del 2018, Serena riceve un regalo inaspettato e desiderato da moltissimi anni: un biglietto aereo per il Cammino di Santiago di Compostela. 

Una delle vie di peregrinazione più importanti della storia dell’umanità, tanto che la città di Compostela è considerata la terza città santa per la  cristianità dopo Gerusalemme e Roma. Un percorso di quasi 800 chilometri che porta alla scoperta della tomba di San Giacomo il Maggiore, uno tra i più intimi apostoli di Gesù

"Ero pronta per conseguire la mia seconda laurea in Psicologia – racconta con  la voce rotta dall’emozione  Serena Banzato - e il Cammino di Santiago rappresentava il viaggio dei miei sogni. Un’esperienza che volevo assolutamente vivere e realizzare  nella mia vita, e condividere con la compagna d’avventura Laura. Ero partita desiderosa di prendermi del tempo per me, per dedicarmi a questa esperienza che tutti dicono unica e trasformante.  Trascorro giorni meravigliosi, al suono dei nostri passi, vivendo l’avventura di accamparsi in ostelli trovati lungo il cammino, ricca di  incontri meravigliosi con pellegrini da tutto il mondo. Mi chiamavano “Loca” = pazza in spagnolo, perché oltre a camminare per tappe lunghissime (50 chilometri al giorno) andavo poi anche a correre per esplorare meglio  i luoghi dove ci fermavamo per la notte".

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"A 100 km dall’arrivo alla basilica di Santiago (mancavano quindi  due giorni di cammino, per concludere la nostra esperienza)  mi accorgo di una normalissima vescica sul tallone sinistro - continua - Niente di grave, c’erano pellegrini che camminavano con piedi tumefatti. Mi fermo persino a disinfettarla all’interno di una farmacia. Non ero assolutamente preoccupata: qualsiasi atleta amante della corsa come me, sa di poter avere i piedi sofferenti... e tutto sommato io ne avevo solo una... niente di grave, proseguo il mio cammino".

Mai Serena avrebbe  pensato che da quella vescica potesse stravolgere per sempre la  sua  mia vita.

"Improvvisamente lungo il percorso ho iniziato a stare male – continua Serena - con brividi di freddo, febbre alta, vomito, dolori alla gamba indescrivibili... sentivo la mia vita scivolare via. Così realizziamo di aver bisogno d’aiuto. Siamo due ragazze sole e sperdute lungo le coste della Galizia; abbiamo pensato: ma dove si può incontrare un medico lungo il Cammino del Nord? È uno dei percorsi più primitivi, essenziali, naturali, senza anima viva se non quando arrivi in alcuni ostelli . Ho dovuto trascinarmi per appoggiarmi sulle spalle di Laura e sostenermi ad un lungo bastone trovato per terra, per oltre trenta chilometri, fino ad arrivare a Baomonde.  Dopo aver chiesto se c’era da qualche parte un medico, mi sono vista scivolare improvvisamente sopra il letto di un ostello e prendere sonno. È stata Laura a svegliarmi di forza e a portarmi in una farmacia lì vicino, dove poi grazie ad una serie di incontri fortunati mi hanno fatto approdare con un’ambulanza all’ospedale di Lugo in Galizia. Solo dopo tanto tempo avrei scoperto che quel giorno, se avessi dormito tutta la notte senza un ricovero ospedaliero, sicuramente sarei entrata in coma, e quel svegliarmi di forza è stato il primo tassello del mio miracolo. In ospedale iniziano a tranquillizzarmi,  si trattava di  una semplice infezione appoggiata a quella vescica posizionata sul tallone sinistro del piede... due giorni di ricovero, antibiotici e, finalmente, posso rientrare in aereo in Italia. Mi sento avvilita e triste per essere arrivata ad un passo dalla meta... ma anche molto sollevata nel sapere che la situazione non è così grave. Nel corso delle ore però, fatico a riprendermi;  svengo in continuazione, con  vomito e la gamba che si gonfia fino all’altezza dell’ inguine e diventa nera. Nonostante la somministrazione di alcuni  farmaci, non miglioro, anzi. È li che, in un attimo,  tutto precipita. Entrano nella mia stanza un gruppo di medici già quasi preparati per entrare in sala operatoria e mi dicono in galiziano frasi che non capisco.. non so ne’ lo spagnolo, ne’ tanto meno il galiziano (un dialetto)... allora con il traduttore del cellulare impostato sulla lingua italiana, mi scrivono: 'Dobbiamo operarti d’urgenza: avvisa con una  telefonata tutti i tuoi in Italia'. Rispondo che non voglio farli preoccupare e che li avrei chiamati al mio risveglio, dopo l’operazione. Vedo che scrollano la testa e mi scrivono nuovamente: 'Chiama a casa e saluta tutti. E’ una situazione grave, potresti non  sopravvivere'".

"Sono rimasta impietrita - continua Serena - Non ci credo. Non voglio crederci. Leggo e rileggo e urlando mi attacco al camice della chirurga e in inglese le dico che voglio tornare viva a casa che possono tagliarmi la gamba ma devo tornare viva da mio figlio (allora aveva solo 3 anni e mezzo). L’angoscia e l’incredulità di quel momento non le dimenticherò mai. La diagnosi: fascite necrotizzante. È un batterio molto aggressivo che agisce sul sistema immunitario debilitando e mandando in velocissima nevrosi l’area dove entra. In 48 ore si muore se non prima. Quando ho chiuso gli occhi per l’anestesia, ho chiesto a mio padre defunto di sostenermi da lassù…. E tutto è diventato nero. Ricordo che quando ho riaperto gli occhi ho iniziato a sorridere e a respirare forte, nonostante la fastidiosa mascherina dell’ossigeno. Non ho neanche guardato se mi avessero tagliato o meno la gamba.

Ma da allora è iniziato un calvario. 

"Ho dovuto subire tre operazioni salvavita  in Galizia, trasfusioni, pulizie a vivo con la gamba aperta, ricovero agli Infettivi. Quindi un volo d’urgenza in Italia, ricovero in chirurgia plastica a Padova, lunghi cicli in sala Iperbarica, tante operazioni, dodici solo in quell’anno - spiega - Per poi aggiungerne altre nei successivi fino ad oggi, con continua fisioterapia. Ho vinto una patologia che per il 75 % delle volte uccide chi la contrae. Il tutto tra dolori allucinanti, come le operazioni chirurgiche che ho divuto affrontare per sopravvivere o per salvare l’area evitando l’amputazione".

Si è deciso di non amputare,  ma di scavare il più possibile per togliere la nevrosi. Operazione non sempre fatta sotto anestesia.

"Sono stata mesi con il piede e  il polpaccio aperti letteralmente, perché questo batterio chiamato in gergo 'mangia carne', si elimina solo in due modi: con l’ossigeno ed eliminando fisicamente a vivo la pelle che va in necrosi. Hanno svuotato il mio polpaccio sinistro fino all’osso, senza tagliata e ora mi trovo con una gamba di cui non piego più la caviglia, di cui ho perso sensibilità, e che mi fa soffrire di dolore cronico. Potrei definirmi un“amputata con arto”.

"Eppure, in mezzo a tutta questa sofferenza ho imparato tanto - continua - Non mi sono mai arrabbiata con Dio o con la vita, non mi sono mai chiesta 'perché a me tutto questo?!'. Sarà perché mi sento una sopravvissuta, perché  la maggior parte delle persone affetti da questa patologia muoiono. Io invece sono qui a lottare. Mi seeto semplicemente grata. Grata alla vita che mi ha dato una seconda possibilità, grata a certi medici incontrati, alla mia famiglia, ad alcuni pochi intimi amici, ai miei studi che ho affrontato in carrozzina e in stampelle fino ad abilitarmi come psicologa clinica, grata alla passione per lo sport mai abbandonato nemmeno in carrozzina o in stampelle, trovando il modo di gareggiare e allenarmi nonostante il mio deficit. Sono entrata nella grande famiglia della FISPES classificandomi come categoria T44 nei 100 metri e nel salto in lungo. Una famiglia quella “FISPES” dove non esistono limiti ma opportunità, occasioni, ricchezza e scambio. Grata a mio figlio che mi ha dato un motivo per non perdermi nella fatica, grata a Laura compagna di cammino che non mi ha mai abbandonata in questo calvario. Ho imparato ad essere paziente in tutti i sensi,  e accogliente verso i cambiamenti della vita. Insegnamento che mi guida nella mia professione come psicologa ma anche come atleta paralimpica”.

"Sono convinta, perché l’ho provato in prima persona, che la vita può talvolta scegliere per noi una colonna sonora con delle note stonate o comunque inaspettate, ma sta a noi decidere se ballarla e come - conclude - Le difficoltà, gli imprevisti e le sofferenze, fanno parte del nostro vivere quotidiano e non sempre sono sotto il nostro controllo. Di fronte a qualsiasi trauma, credo fermamente che possiamo sempre decidere chi essere e come viverlo. Sento di dover testimoniare continuamente quanto l’amore, lo studio e lo sport mi abbiano salvata e continuano a farlo. Spero davvero che la mia esperienza possa diventare energia per chi pensa di non averne".

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