
Calcio: Vicenza e Triestina, due nobili provinciali con un passato importante
Giancarlo Noviello
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Vicenza e Triestina, due nobili provinciali, sono state due squadre che hanno segnato la cultura moderna del nostro calcio, squadre che fanno sgorgare passione, che muovono popoli radicati nel proprio territorio. Tifosi che aspettano pazienti il ritorno nella massima serie, che manca oramai da moltissimi anni, troppi per chi ha cuore quei colori.
Il Vicenza, domenica 25 febbraio allo stadio Menti, ha inanellato la quinta vittoria consecutiva in campionato confermandosi in ottima salute atletica, contro una Triestina, invece, in completa caduta libera che ne ha perdute cinque di fila.
Una squadra rimodellata e rivitalizzata dalla cura Vecchi, un allenatore che è riuscito a lavorare efficacemente nella testa dei giocatori, trovando in ciascuno di loro le giuste motivazioni. Giocatori, che a differenza di qualche mese fa, hanno imparato ad esercitare autonomamente il proprio ruolo in campo grazie al nuovo modulo del tecnico bergamasco.
I tifosi vicentini, nella polveriera del Menti (quasi 9 mila gli spettatori), hanno trascinato la squadra per tutti i novanta minuti, riconoscendo ancora una volta l’impegno in campo dei propri giocatori, che ora iniziano a credere con più ottimismo al prossimo mini campionato, ovvero quei “maledetti” playoff che consentiranno al Vicenza di arrivare a all’ambito traguardo che si chiama Serie B.
Parlavamo dell’importanza di due squadre di città blasonate, di squadre seguite da tifoserie che hanno costruito la storia del movimento italiano, storie di stadi che sono stati catini di passione e sui quali hanno giocatori importanti. E se si parla di nobili decadute il primo pensiero non può non andare al Vicenza, club con più di 30 campionati di Serie A, una Coppa Italia vinta nel 1997 sotto la guida di Francesco Guidolin in panchina e del capitano Giovanni Lopez in campo. Squadra quella formata da giocatori indimenticabili come il talento uruguaiano Marcelo Otero, l’estroso Jimmy Maini che aprì le marcature nella finale di ritorno contro il Napoli, il portiere Luca Mondini, il mediano Mimmo Di Carlo, già allenatore del Vicenza, senza dimenticare il Vicenza di Paolo Rossi, Luis Vinicio, Giulio Savoini, ma anche quel Romeo Menti, cui è stato dedicato lo stadio, cristallino talento uscito dal settore giovanile del club che poi perì col Grande Torino nella tragedia di Superga. Ma soprattutto quel Roby Baggio, il giocatore di maggior classe uscito da quella fucina di talenti che è stato il vivaio biancorosso.
Il Vicenza manca dalla Serie A da più di 20 anni, con l’ultima apparizione nella stagione 2000-2001. Dall’altro lato, la Triestina che non vede la Serie A dal 1959 e pensare che fino ad allora la Triestina era stata una presenza costante nella massima serie: prima divisa e poi a girone unico con 26 apparizioni. Tanto da offrire, nel 1938, ben tre giocatori alla nazionale che sarebbe diventata campione del mondo per la seconda volta con Gino Pozzo in panchina: Gino Colaussi, Pietro Pasinati e Bruno Chizzo. Sotto la guida di Nereo Rocco, che fu anche giocatore degli alabardati, la squadra sistemata in campo secondo il classico catenaccio del Paròn, riuscì a scalare la classifica del massimo campionato e a piazzarsi al secondo posto dietro al Grande Torino.
Curiosità? La Triestina era ammessa al campionato italiano, pur non facendo parte formalmente del territorio nazionale. Già, perché dopo la II Guerra Mondiale e a seguito della disputa territoriale con la Jugoslavia, allora Trieste rientrava nel cosiddetto “Territorio libero di Trieste”. Di fatto, dunque, la Triestina è stata l’unica compagine non appartenente alla nazione a partecipare al campionato di Serie A.
Mentre, altra curiosità, l’Amatori Ponziana, altra compagine cittadina, giocava nel campionato jugoslavo. Al momento della sospensione del campionato, la Triestina era a metà classifica del girone B di Serie C. Lontana, ancora, dal ritorno in quella che per tanti anni fu la sua casa. La Serie A.
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