
Tribe jiu Jitsu, versatilità e costanza per lottare e vincere
Roberto Turetta
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Oltre quindici anni di attività, la ripartenza dopo la pandemia e finalmente i podi. Questa è l’associazione Tribe Jiu Jitsu di Padova, che insegna il Jiu Jitsu brasiliano all’interno della palestra Centro Formazione Combattimento di Padova. Fondata nel 2006 dall’attuale presidente e maestro Michele Bovo, conta attualmente una settantina di tesserati di tutte le età. Da sempre partecipante ai tornei ufficiali, agli ultimi Europei di Roma (11-12-13 novembre) ha portato a casa ben cinque medaglie, tre ori, un argento e un bronzo.
«Tutto è partito dall’aver visto in tv una gara di Ufc (la federazione dell’Mma), in cui un ragazzetto riusciva a battere avversari molto più grossi di lui –spiega Bovo-. Mi sono informato sulle tecniche di questo lottatore e ho visto che praticava il Jiu Jitsu brasiliano. Da lì, assieme a un gruppo di appassionati padovani, ho cominciato a interessarmi a questa disciplina e a seguire i primi stage in Italia. C’era un maestro, Federico Tisi, che organizzava corsi e seminari in più parti d’Italia. Da allora non mi sono più fermato: li seguii e li seguo tuttora, si tratti di andare a Milano o Roma».
E Tribe nel frattempo ha continuato a crescere, interrotta solo dalle misure di sicurezza anticovid. Quando gli si chiede cosa ami di più di questo sport da combattimento, Bovo gongola: «Posso dire proprio tutto! La diretta applicabilità di quando apprendi a livello teorico e di esercizi. La versatilità, perché consente di creare e integrare di continuo nuove tecniche. La consapevolezza che dà di sé, perché insegna a controllare molto bene. E lo dico dopo essermi cimentato con tanti sport fin da quando ero bambino, dal rugby alla muay thai. Di professione sono io stesso insegnante di educazione fisica. Ma nulla mi ha dato tanto quanto il brazilian jiu jitsu».
Quest’arte marziale nasce negli anni ’30 grazie alla dedizione di una famiglia di atleti brasiliani, i Gracie; alla base c’erano i precetti e i movimenti del judo, a sua volta derivati dal jiu jitsu nipponico (basato sulle tecniche dei samurai). Nel corso dei decenni il jiu jitsu brasiliano si è via via diffuso nel mondo, diventando sempre più un riferimento per la difesa personale. Si basa su sbilanciamenti, proiezioni (quando si butta a terra l’avversario), prese e blocchi a terra. Usa il sistema delle cinture per i passaggi di grado: bianca, blu, viola, marrone e nera. Sulla falsa riga, quindi, ma con qualche differenza di quelli più noti del karate e del judo.
Le competizioni a livello internazionale iniziano dalla blu, ma in Italia è già possibile con la bianca. «Per passare di grado si valutano la preparazione acquisita o i meriti sportivi –prosegue Bovo-. Certo, occorrono dedizione e intensità, perché per esempio la differenza tra una bianca e una blu può essere pari a quella tra un amatore e un agonista. Noi ci alleniamo più volte alla settimana: dopo un veloce riscaldamento proviamo le tecniche e poi via allo sparring; almeno 40 minuti per volta, secondo la sequenza fondamentale “proietta-passa sopra-finalizza”. Sempre però controllando molto bene le tecniche da eseguire: se qualcuno fa male all’altro gratuitamente o solo per esibire la propria forza, da noi non trova spazio».
Questi precetti cerca di trasmetterli a tutti i suoi allievi. E li hanno assimilati molto bene quelli premiati a Ostia nella categoria Master (over 30) senza kimono: oro a Valentina Meneghetti, Jacopo Scotti-Ferro e Giorgio Cittadella; argento a Lindsay Capito; bronzo a Stefano Riccardi.
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