
Davide Rizzi bronzo mondiale a Tokio in nome del parkour
Roberto Turetta
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Ai Mondiali di parkour a Tokio dal 13 al 15 ottobre c’era un pizzico di padovanità. Quella di Davide Rizzi, l’atleta che si è piazzato al terzo posto definitivo dietro a un greco e a un cinese.
Nella città del Santo è nato infatti nel 1998 e qui ha mantenuto legami affettivi tra parenti e amici. La sua crescita sportiva è avvenuta però vicino al suo paese di residenza, Marano Vicentino, nella palestra di Schio del gruppo “Krapannone”, passando poi alla società “Roma 70” della capitale con cui ha conquistato gli ultimi podi.
Il parkour è una disciplina nata ufficialmente in Francia negli anni ’80, che avrebbe ripreso un certo tipo di addestramento militare dei decenni precedenti. Consiste nel creare veri e propri percorsi sfruttando gli ostacoli naturali e artificiali di un ambiente metropolitano e naturale. Per questo i suoi praticanti si definiscono “traceur”, letteralmente tracciatori. In Italia la disciplina è stata inserita nella Federginnastica come attività di fitness. Il suo insegnamento viene apprezzato perché insegna a superare le difficoltà e non ad aggirarle. Gli sfidanti si devono cimentare in avvitamenti e piroette per superare muretti e ringhiere, muoversi lungo delle sbarre impossibili.
«E’ iniziato tutto una decina di anni fa, quando ancora giocavo a calcio –spiega Rizzi-. Avevo visto delle performance di parkour sui social e ne rimasi subito affascinato. Visto che a pallone, nonostante mi piacesse, restavo troppo spesso in panchina, decisi di provare approfittando di una realtà nelle vicinanze, Krapannone, che faceva corsi di parkour». E da lì è partita l’avventura.
All'inizio corsi di lunga durata, gestiti da istruttori qualificati, per imparare ad arrampicarsi. «E' una disciplina che richiede tanta concentrazione e l’acquisizione di nuove abilità. Ma è proprio questo che mi piace: il superamento dei propri limiti attraverso l’esercizio costante. Oltre a tante altre cose». Due su tutto. «Una è stata la possibilità di viaggiare fin da subito e fare esperienze che diversamente non avrei potuto fare. E poi il clima di amicizia e fratellanza che si instaurava, al di là della competizione: con la scusa che i parkour sono ancora pochi, si stringono tanti bei legami all’interno di questo mondo. Ho conosciuto davvero delle belle persone».
I titoli
Una crescita fatta anche di risultati, in particolare negli ultimi tre anni. «Grazie al tesseramento per Roma 70, sono entrato nella Federginnastica e ho potuto gareggiare in importanti tornei. A livello italiano ho ottenuto tre primi posti nell’ultimo triennio, nel 2020 nella categoria “speed” e gli altri due anni nel “freestyle”. Mentre a livello internazionale, c’è stato il sesto posto alla Coppa del mondo della Bulgaria, seguito dal quarto piazzamento in Francia e dall’ultimo Bronzo a Tokio. Ogni volta viene valutata la difficoltà intrinseca del percorso, l’esecuzione ed eventualmente la velocità».
Quanto alle gare, cominciano dagli otto anni in su (categoria Allievi), passano per la categoria Junior e proseguono fino alla Senior A, dai 19 in su. Queste suddivisioni per fasce d’età valgono sia per i maschi che per le femmine. Due sono le tipologie di competizioni. Una è la speed, individuale o a squadre di tre, in cui una giuria composta da due a quattro persone, L’altra è la freestyle, solo individuale, suddivisa a propria volta in una parte artistica e di esecuzione e in una parte di composizione e difficoltà. Per ciascuna delle due una giuria di quattro persone assegna un punteggio da 0,5 a 15 punti, poi sommate e fatte una media.
I progetti per il futuro
Rizzi vorrebbe fare del parkour la sua attività. «Mi sono diplomato all’alberghiero e nei primi tempi dalla fine della scuola ho fatto il cameriere. Poi ho smesso: anche se mi piace cucinare, non era di mio gradimento quell’ambiente. Durante i lockdown per il Covid, inoltre, mi sono adeguato a lavorare in fabbrica». Ma vorrebbe che la sua strada fosse diversa. «Ho già fatto diverse volte l’istruttore per i nuovi appassionati di parkour, anche insegnare mi piace davvero e vorrei portarlo avanti per prossimi vent’anni».
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