
Lo sport unisce, la guerra divide
Roberto Guidetti
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Nel 2026, al tempo dell’intelligenza artificiale, l’uomo ancora combatte per conquistare territori o affermare la supremazia rispetto ad un altro popolo.
In questo clima di spaventosa regressione (che tale però non è, a giudicare dalla ciclicità della nostra storia...), i conflitti nel mondo – oltre 55 – non fanno tutti lo stesso scalpore della guerra in Ucraina e – soprattutto – in Medio Oriente, a partire dal lontano, tragico 7 Ottobre 2023, quando tutto ebbe inizio nella nuova esplosione di violenza tra Israele e Palestina, e oggi estesa all'area del Golfo, con consenguenze pesantissime in ogni angolo del mondo.
Di questa tragica congiuntura fa le spese anche il mondo dello sport, come ha provato sulla propria pelle il trofeo Luxardo di scherma, che si disputa a Padova dall’ormai lontano 1955 e che costituisce l’unica prova di coppa del mondo di sciabola in Italia.
Per i fatti internazionali delle ultime settimane, la Federazione Internazionale di Scherma (FIE) ha sospeso tutte le gare di Coppa del Mondo tra il 5 e l'8 Marzo, inclusi gli eventi di Il Cairo e Atene, «per garantire la massima sicurezza ed equità competitiva», è stato spiegato con una nota ufficiale.
Un evento internazionale comporta la mobilitazione di delegazioni da vari Paesi, anche con viaggi di diverse ore e, visto che i conflitti si combattono intensamente pure nei cieli, è stato opportuno adottare il provvedimento più sicuro per atleti, staff tecnici ed accompagnatori, sospendendo le gare in programma.
Una situazione che fa pensare, in un’epoca nella quale eravamo convinti che i tanti piccoli conflitti esistenti, spesso negli angoli più lontani e inaccessibili della terra, non potessero disturbarci più di tanto anche e soprattutto in seguito al silenzio dell’informazione e dei media. Quando invece, pur a distanza di migliaia di chilometri, lo spettro della morte e della sofferenza sono tornati familiari anche nelle nostre (apparentemente) sicure realtà, ora anche noi siamo a fare i conti con le conseguenze delle scelte umane più dissennate.
Già l’azione militare di Mosca verso Kiev, oltre quattro anni fa, aveva determinato l’esclusione di squadre ed atleti russi da quasi tutte le manifestazioni (tra le discipline più popolari e seguite, soltanto il tennis non ha aderito al boicottaggio…) ed ora intervengono anche situazioni come quelle più recenti a peggiorare il quadro.
Considerando che le partite casalinghe delle squadre israeliane nelle discipline maggiori vengono perlopiù disputate in campo neutro, si avverte chiaramente anche a livello sportivo un senso di smarrimento e – talvolta – di imbarazzo nei confronti di atteggiamenti e decisioni, le cui conseguenze assumono una portata davvero universale, condizionando e dividendo, con il rischio effettivo di alimentare divisioni ed ostilità che con il più puro spirito sportivo non hanno nulla a che vedere.
Le recenti Olimpiadi e Paralimpiadi lombardo-venete hanno certificato lo spirito più autentico della competizione, nata per “dividere” agonisticamente, ma per avvicinare e unire sul piano della solidarietà e dalla reciproca comprensione.
Un avversario lo diventa, nel momento in cui entrambi aspiriamo ad un unico obiettivo, la vittoria, che significa affermazione di sé, non umiliazione dell’altro, il nostro antagonista, che non si chiama però “nemico”, appunto.
Il momento storico è veramente difficile: le dinamiche tra le grandi potenze (Usa e Russia in primis) rischiano di travolgere il resto del pianeta ed è assolutamente necessario che le Istituzioni e la Scuola lavorino incessantemente per una “alfabetizzazione” del senso umano di fratellanza tra le generazioni più giovani.
E lo sport è il veicolo migliore, perché questo messaggio arrivi proprio a tutti...
Foto di Jade Koroliuk su Unsplash
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